Questa settimana nei negozi di dischi

Nell’interminabile marasma di produzioni finto-underground di cui, ormai da qualche anno, il dio della musica ci ha letteralmente impolpato fino a tre metri sopra il livello di sopportazione, ogni tanto (per nostra gran fortuna) viene alla luce qualcosa di davvero buono o quantomeno degno di considerazione. Uno di questi notevoli tasselli, dunque, porta senza ombra di dubbio il nome Baroness, band statunitense (Georgia) estremamente versatile e dedita a sperimentazioni mai sopra le righe, anzi incentrate su di un’ottica sempre rinnovatrice eppure mai straripante in eventuali eccessi stilistici di dubbio gusto. A suggellare una vera e propria trilogia cromatica, da intendere più in senso concettuale che visivo (anche se i disegni di copertina del leader John Baizley non sono affatto da meno), dunque, arriva il nuovo e bellissimo Yellow & Green, doppio album nonché vera e propria summa evolutiva di quanto la band ha saputo estirpare da se stessa nel corso di quasi dieci anni di brillante carriera, iniziati sotto il segno di una certa espressione sludge / heavy metal per poi trasmigrare verso orizzonti di interessantissima miscellanea anche con generi apparentemente inavvicinabili come una rara introspezione anche cantautoralmente folk, complementare a fraseggi sempre e comunque impostati su naturali basi dure e compatte nella loro essenza da distorsione. Soldi ben spesi, insomma. Consigliatissimo.

Non equivale mai e poi mai a spreco monetario investire qualche soldo anche (e, spesso, soprattutto) per un vero e proprio genio contemporaneo quale John Zorn, tornato tra gli scaffali dei negozi (rituale che non esita a consacrare almeno tre o quattro volte all’anno fin dai trentennali esordi) con il sesto capitolo del progetto Moonchild, Templars – In a sacred blood, vale a dire quel caotico ma, sotto sotto, organizzatissimo e lucido frastuono procurato da tre musicisti altrettanto geniali quali l’istrionico e arcinoto vocalist Mike Patton, l’eclettico drummer Joey Baron e il roboante bassista Trevor Dunn (vecchia conoscenza proprio di Patton nei fantomatici Mr.Bungle). Un trio delle meraviglie spossanti, insomma, che da sempre affascina lo stesso Zorn, il quale sembra sentirsi ripetutamente libero di evadere dai confini “acid-jazzanti” per dare libero sfogo a partiture letteralmente urlanti e seminali per una sempre rinnovata concezione “heavy” strumentale. Forti dell’ausilio, stavolta, anche di sezioni d’organo assegnate a John Medeski, prosegue, dunque, tale sviluppo estremamente creativo anche verso direzioni prettamente prog-avanguardistiche per rifacimenti tematici di tetra ambientazione esoterica. Altri soldi spesi non bene: benissimo.

E proprio con quel folle genio di Mike Patton, accantonate le predilezioni melodiche in favore della vera canzone italiana (si riprenda Mondo cane per capire di cosa stiamo parlando), prosegue il nostro passaggio in rassegna di uscite discografiche ben più che interessanti (caso più unico che raro, visto il periodo) grazie alla stramba collaborazione con Ictus Ensemble per Laborintus II, vero e proprio omaggio alle sperimentazioni sonore di un certo Luciano Berio per tramite dell’utilizzo di una estrema sperimentazione vocale di cui lo stesso Patton, discepolo del compianto genio di Demetrio Stratos, è fenomenale prosecutore. Altro prodotto da seguire e testare.

Sempre restando in tema di genio, arriva a bussare alla porta del nostro portafogli anche il maestro Robert Fripp, storico leader dei leggendari King Crimson nonché assiduo collaboratore anche di ulteriori e fondamentali personalità artistiche quali un certo Brian Eno, ora artefice in solitaria di una considerevole vera e propria opera di composizione concertistica contemporanea quale, appunto, è The wine of silence, testimonianza materiale di quanto, nel non lontanissimo 2003, eseguì la Metropole Orkestr di Amsterdam, vale a dire la proposizione di 5 soundscapes trascritti da colui che, ormai già da qualche decennio, continua a confermarsi come uno dei maggiori riferimenti compositivi della storia più recente. Tanta sperimentazione a sei corde, dunque, ma anche tanto bagaglio sia culturale che emotivo direttamente trapiantato da un altro genio del XX secolo, ovvero quel compianto Gyorgy Ligeti che tanto ha dato (e continua ancora a dare sopravvivendo nell’animo intelligente di studiosi ed appassionati puristi) all’umanità anti-pentagrammata. Un’ancestrale bellezza, dunque, vive tanto in Fripp quanto, appunto, in Ligeti stesso per trasmigrazione fantasmagorica nei sensi, forse, di una delle ultime effettive menti progressive e progressiste del concetto stesso di fare musica.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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