Questa settimana nei negozi di dischi

Domanda: perché diamine una band fino a poco tempo prima venerata unicamente nell’underground si ritrova famosa per aver dato alle stampe un gran bel disco ma dotato di un paio di “canzoncine” ironicamente infantili sulle quali, prontamente, Mtv e soci si sono scagliati per avviare l’ennesima macchina da soldi? Bene. La band in questione è quella degli Offspring, il gran bel disco era Americana (1998) e le “canzoncine” erano Pretty fly (for a white guy) e Why don’t you get a job, tasselli nettamente minori rispetto ad altri pezzi di gran lunga migliori come The end of the line, The kids aren’t alright o Have you ever (tanto per tirarne fuori qualcuno). Ed ecco, allora, che, da quel punto in poi, il disco e la band hanno incassato tutto quello che si poteva incassare (anche bestemmie dei fan di vecchia data) per poi non proprio scomparire nel dimenticatoio ma poco c’è mancato. Perciò, lo sapevate che, volenti o nolenti, quei ragazzacci californiani non sono mai effettivamente scomparsi (se non dagli schermi televisivi commerciali) ma solo tornati tra le righe, malgrado diversi cambi di formazione e, a tratti, di stile compositivo? Eccoli, allora, tornare sugli scaffali dei negozi di dischi con il nuovo Days go by, in arrivo a quattro anni di distanza dal precedente Rise and fall, rage and grace, disco sostanzialmente politico (già, perché quelli di Americana, in realtà, hanno sempre avuto qualcosa di concreto da dire) nel senso di una profonda dedica a chiunque stia lottando per una qualunque ipotesi di futuro realizzabile (come comunica, abbastanza negativamente, già la stessa copertina) in periodi di profonda crisi sia economica che morale. Dietro il mixer, il Bob Rock ex socio dei Metallica fa un buon lavoro su 12 tracce degne del miglior punk-rock di casa. Si respira, certo, un aroma già sentito e risentito, ma vale sempre e comunque la pena passare in rassegna i lavori di Dexter Holland e soci, anche solo per vedere, stavolta, fin dove vogliono o possono arrivare malgrado l’età.

Cambiando rotta e genere, poi, fa piacere vedere sempre vivo, vegeto e gasato il buon zeppeliniano Robert Plant, di ritorno con un DVD dal vivo, ovvero Live from the artist den, prodotto di un fortunato tour che lo ha visto supportato dai Band Of Joy per una vera e propria rinascita artistica fatta di riletture e riscoperte di un rock radicale anche ripescato da un repertorio che vede egli stesso protagonista. Ma quale maniera migliore di rispolverare devastanti classici di firma Led Zeppelin se non quella capace di allontanarsi nettamente dalle modalità prefissate, secondo le quali una qualunque coverband vi si approccia per natura nei suoi vari tentativi di guadagnarsi una pagnotta da live club. E allora largo a stravaganti e, al contempo, impressionanti versioni “rockabilly” di cavalli di battaglia elettrici come Black dog, Rock and roll o Houses of the holy, completamente smembrati della loro potenza energica per essere rivisitati in chiave anche prossima ad un folk-country tutto di radice statunitense (l’inglese Robert alla ricerca delle matrici originali del proprio sangue). Se avete modo, insomma, non perdetevelo.

Altro cambio di rotta, altro genere. Stavolta, ad essere passato in rassegna è quel ramo metal passato sotto i riflettori anche commerciali grazie (comunque) ad una delle migliori band di genere in circolazione almeno per quanto riguarda l’ultimo decennio di storia. Trattasi degli Slipknot, orfani, dal 2010, del compianto bassista Paul Gray ma decisi a non gettar mai la spugna anche nelle vesti di “best of”. Si tratta, infatti, di Antennas to hell, prima raccolta ufficiale della band mascherata di Corey Taylor, Joey Jordison e soci, in uscita proprio in questi giorni anche in versione “limited” affiancata da un cd aggiuntivo riproducente una performance live,, tenuta sul palco del Download Festival nel 2009, e da DVD utile a compattare quasi tutti i videoclip rilasciati dalla band dagli esordi fino ai giorni nostri. Lo stesso disco contenente il “best of” consiste in una accurata e valida selezione di brani di tutto rispetto che parte proprio dal devastante esordio omonimo del 1999 (eccezion fatta per l’autoproduzione Mate.Feed.Kill.Repeat del 1996) per arrivare all’ultima uscita, All hope is gone del 2008.

Infine, sempre di derivazione metallica ma srtefice di varie esplorazioni anche oltre i duri confini del genere, arriva il nuovo album solista di Serj Tankian, ovvero Harakiri, reduce da una breve esperienza di reunion live con gli originari System Of A Down ma sempre interessato ad esplorare territori nuovi soprattutto per quanto riguarda le varie sfaccettature possibili di rock e hard rock. In questa nuova sostanziale autoproduzione, vengono passati in rassegna anche terreni prossimi alla ballata melodica (cosa comunque già sperimentata nell’ultimo dittico SOAD) così come sperimentazioni vocali mai del tutto lasciate in disparte. Lo sfondo tematico, inoltre, mette sempre e comunque in risalto il forte e costante impegno sociale politico che contraddistingue da sempre il suo diretto artefice (si veda anche il progetto no-profit Axis Of Justice in compagnia di Tom Morello, contorta chitarra di Rage Against The Machine e Audioslave). Sono, poi, già stati annunciati altri due dischi in arrivo (Orca e Jazz-iz-Christ), l’uno di impostazione più orchestrale, l’altro orientato verso (udite udite) una direzione di matrice jazz. Testimonianze, entrambi, di una rinnovata (e, francamente, mai discussa) poliedricità artistica.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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