Questa settimana nei negozi di dischi

Malgrado siano in tanti a sostenere l’esatto contrario, l’Italia è un terreno molto fertile di spunti ed iniziative per idee sempre nuove e rinnovabili. Certo, non stiamo parlando delle produzioni e delle distribuzioni cosiddette “major” che, per contro, proprio non arrivano a capire le reali esigenze espressive di almeno tre quarti del paese (tanto nella musica come altrove). Ci stiamo riferendo, invece, nella sostanza ad etichette di medio stampo, nella fattispecie poco intenzionate nello smettere di sfornare elementi interessanti. E dunque, nonostante si tratti di un’uscita non del tutto nuova (poiché originaria del Record Store Day), arriva comunemente nei negozi Metal Arcade Vol.1 di firma Zen Circus, band ormai abbastanza veterana della scena rock underground italiana ma solo da pochi anni (per i motivi di cui sopra) sbarcata alla ribalta con notevoli risultati, complice anche la scelta di cantare in italiano dopo alcuni dischi in inglese. Anche se, però, è proprio la lingua inglese a contraddistinguere gran parte della scaletta di quello che, a tutti gli effetti, è un sano ep contenente sei tracce e distribuito dalla Black Candy Records. Le intenzioni sono tra le più seriamente devastanti in quanto derivanti da riferimenti puramente hard core-punk per via del miscuglio tra due degli almeno tre o quattro capolavori di casa Husker Du (ovvero Metal Circus + Zen Arcade: praticamente l’altra metà della derivazione del loro stesso nome). Giù, dunque, con quello che la stessa band pisana descrive come «il primo volume di follie punk di una serie di ep a scadenza casuale e giocosa», composto da cover, rivisitazioni da pezzi di proprio repertorio e tasselli inediti. Per la serie: buon divertimento.

Sempre proveniente dal territorio tricolore (e sempre restando tra i confini toscani) è anche un altro elemento non così votato al potenziale frastuono sia compositivo che esecutivo ma di importanza ancora più capillare rispetto alla band di Appino e soci. Si tratta, infatti, dell’approdo sugli scaffali dell’atteso nuovo lavoro solista del signor Miro Sassolini, noto per essere stato il primo frontman (mentre ancora Federico Fiumani si dedicava esclusivamente alla sua sei corde) degli storici Diaframma, band di culto per la nascita e lo sviluppo del pur breve (ma intensissimo) periodo wave italiano di versante fiorentino. Da qui a domani, dunque, si presenta come una sorta di progetto letterario-musicale che fa di voce, parole e musica un valido e fertile campo di sperimentazione sia sonora che concettuale. Importante, dunque, è anche la collaborazione, in merito, con la poetessa Monica Matticoli, principale artefice del tessuto narrativo attorno al quale ruotano dodici veri e propri “episodi” musicali. Probabilmente difficile da sostenere nella sua interezza, ma da testare comunque in luce delle molteplici sfumature che ne caratterizzano le idee di fondo.

Spostandoci, poi, ad Oklahoma City, negli States, notiamo l’arrivo nei negozi si un altro prodotto reduce dall’ultimo Record Store Day, stavolta di casa The Flaming lips. The flaming lips and the heady fwends, infatti, balza all’attenzione per il suo essere stato giudicato, da terzi, come una sorta di raccolta “malsana” di collaborazioni pensate ed effettivamente stabilite nel corso dell’ultimo anno di attività. La band di Wayne Coyne e soci, quindi, si è avvalsa del supporto di eminenze quali Yoko Ono, Bon Iver o il Chris Martin dei Coldplay per far uscire alla luce del sole un vero e proprio esperimento ludico ma importante per il suo unirsi alle varie produzioni di stampo tutt’altro che “normale” di provenienza autoreferenziale. Divertimento da puro gioco, rumore (mai del tutto trascurato nell’originale “noise pop” che da sempre li contraddistingue) e spunti melodici mai del tutto consoni al formato canzone fanno del disco, in definitiva, un prodotto forse poco avvicinabile dai non abbienti al settore ma comunque interessante in termini di sperimentazione sonora.

E proprio un certo concetto di sperimentazione sonora arricchisce anche l’ “indie-elettro-brit-rock-pop” dei mitici Cornershop, di ritorno, anche loro, sugli scaffali dei negozi di dischi con il nuovo Urban Turban, preceduto dalla radiodiffusione del singolo Milkin’ it. Non alterando di troppo la concezione compositiva ed esecutiva che li stacca da una certa convenzione commerciale da ormai quasi vent’anni, Tjinder Singh e compagni, per ogni singolo brano del disco, si sono avvalsi di una collaborazione con ospiti di particolare eccezione: su tutti, un ensemble di bambini provenienti da una scuola elementare del Lancashire.

Infine, male non farebbe anche prestare un orecchio al nuovo lavoro in studio dei Maximo Park, ormai tra le più importanti band del panorama alternative rock europeo. The national healt, dunque, emerge con l’importante intento di orientare l’attenzione non solo sulle sempre interessanti sonorità della band inglese, ma anche di focalizzare l’attenzione su problematiche terze anche se non di minore rilievo. A detta del frontman, Paul Smith, si tratta di un lavoro derivante da una riflessione in merito al fatto che «stiamo vivendo una recessione globale e continuiamo ad essere bombardati da musica leggera, allegra e ballabile. Il paese è fuori controllo e questo disco parla di come riprenderlo per diventare una forza capace di cambiare la vita. Ovviamente non ha la pretesa di essere la voce di tutti, ma ha occhi e orecchie ovunque. Le nostre canzoni sono basate sull’empatia, nella speranza che la nostra musica sia vitale tanto quanto la gente che l’ascolterà». Non serve aggiungere altro.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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