Questa settimana nei negozi di dischi

Era il non troppo lontano 2003 quando il mercato discografico più o meno indipendente portava tra gli scaffali anche dei negozi di dischi italiani un disco tra i più sorprendenti, forse, dell’ultima decade. Il suo titolo era A natural disaster e i rispettivi autori gli inglesi Anathema, band estremamente versatile e, con molta probabilità, una delle realtà musicali (in senso generale) più camaleontiche che la recente storia del rock possa portare a fedele memoria. Nati come pura espressione “death doom metal” (ovvero quella ramificazione del genere le cui basi sono, si, distorsive ma fondamentalmente legate ad un concetto di granitica lentezza spesso anche poco digeribile), i fratelli Cavanagh e soci, dal 1990 fino ad oggi, hanno attraversato un vero e proprio percorso di estrema maturazione e crescita collettiva che li ha portati, a partire proprio dal suddetto album del 2003 (passando per le miscele precedenti di un altro capolavoro, Alternative 4), a dimostrare la possibilità di esistenza di una sorta di post rock gotico e psichedelico degno delle platee più attente e dedite alla ricezione di qualcosa di realmente emotivo, sia per suono che (soprattutto) per contenuti. Questo nuovo Weather systems, dunque, prodotto e divulgato dalla Kscope Records (l’etichetta con la quale Steven Wilson, loro buon amico, ha ristampato i primi lavori dei suoi Porcupine Tree oltre agli altri innumerevoli progetti paralleli), parte proprio dal concetto di “meteorologia interiore” per meglio esprimere le intenzioni di una sorta di concept album rivolto ad un minimo accenno di risveglio delle coscienze umane da troppo tempo assopite nel marasma di percezioni alle quali il contesto odierno le sottopone per forza di cose (argomento da sempre molto caro alla band britannica). Con rinnovato senso melodico ma anche forti di metriche e strutture complessive degne di una sempre viva sperimentazione rock, gli Anathema propongono, ancora una volta, un prodotto estremamente interessante e da passare quantomeno in rassegna al solo pensiero di potersi trovare di fronte a qualcosa di veramente innovativo.

Magari di “innovativo” non si potrà parlare, ma di decisivo, fondamentale e necessario almeno si. Sono i tre aggettivi principali che balzano in mente ogni qual volta ci si ritrovi dinanzi al nome di Patti Smith, “sacerdotessa” di rock e dintorni ma, soprattutto, una delle (ahinoi) poche personalità artistiche statunitensi di vecchia data fermamente in piedi sulle proprie convinzioni poetiche di profondo impatto socio-politico-culturale. Ecco, dunque, che il suo nuovo lavoro in studio, Banga (primo disco di inediti dopo otto anni di attesa, inframezzati solo dal bel lavoro di cover Twelve), si pone, tra i vari potenziali obiettivi, anche quello di permanere nella categoria dei prodotti provenienti dagli artisti che hanno ancora qualcosa da dire. Reduce (anche) dalla toccante esperienza sanremese al fianco dei Marlene Kuntz (uno dei pochi momenti degni di nota dell’intero festival) e attesa nei pressi di Giffoni prossimamente, la sacerdotessa si è avvalsa anche della collaborazione, addirittura, di un certo Johnny Depp (almeno per la stesura della title track dell’album), soggetto hollywoodiano che, dopo aver duettato in sede live con gente del calibro di Pearl Jam o Black Keys (tra gli altri), sembra davvero non voler rinunciare a vivere la propria vita artistica quanto più pienamente possibile. Avvalendosi anche di una cover (non a caso, forse) di Neil Young (altro grande maestro di diretti contenuti), ovvero la splendida e storica After the gold rush, la Smith riesce nel suo mirato intento di descrivere, come sempre, il suo preciso e particolarissimo punto di vista nei confronti dell’odierna realtà circostante (dai disastri nucleari giapponesi alle implicite dediche rivolte ad Amy Winehouse e Maria Schneider).

Di ben altra sponda, invece, sono gli ormai storici Fear Factory, nota band statunitense basata su concetti portanti di un genere ormai, purtroppo, abbastanza sorpassato dalle mere mode finto-indie, ovvero l’ ”industrial metal” (preponderanza di suoni elettronici su solide radici hard rock / metal: maestri del genere furono, e sono tuttora, i Ministry di Al Jourgensen e i Nine Inch Nails di Trent Reznor). Questo nuovo lavoro in studio, dunque, The industrialist, ben mette al servizio (partendo sin dal titolo) le arcinote sonorità della band di Burton C. Bell e soci di un importante concetto di fondo: una vera e propria apocalisse postumana concettualizzata tra le righe narrative della storia di un automa che, gradualmente, assume capacità di pensiero e di espressione, giungendo a desiderare effettivamente di “esistere” nel contesto che lo circonda. Afflitto quotidianamente da tormenti di natura umana circostante, dunque, il protagonista ha come unico obiettivo quello di migliorarsi (divenendo, dunque, effettivamente migliore rispetto alla scialba razza umana) per rendere la sua vita quanto più apprezzabile possibile. È una sorta di ricerca di un primitivismo concettuale, dunque, a fare da base ad una altrettanto retroattiva ricerca sonora che, però, ovviamente, non cessa mai di fare i conti con la sua altrettanto difficile capacità di ambientazione circostante. Da testare per spiccato interesse generale.

Infine, approdando al di qua dei confini di casa nostra, è bello vedere sempre attivi gli stimatissimi Virginiana Miller, fosse anche solo per la riproposizione del loro primo disco ufficiale, Gelaterie sconsacrate, risalente al 1997 e, di conseguenza, soggetto ai festeggiamenti per il suo quindicesimo compleanno. Proprio questa ricorrenza, dunque, ha concesso a Simone Lenzi e compagni di riproporre il loro notevolissimo punto di partenza con un nuovo volto (una copertina differente) e con una rinnovata veste da genio compositivo e narrativo. Per la prima volta, dunque, il disco sarà stampato anche in vinile (in edizione limitata a 300 copie) e distribuito sui maggiori canali web. In seguito a questa uscita, la band livornese tornerà anche a calcare i palcoscenici italiani per una serie di date incentrate a riproporre proprio l’interno disco ma sotto una chiave rinnovata in termini di arrangiamenti e mista ad almeno un brano per ogni altra loro pubblicazione, con aggiunta, tra l’altro, anche di brani inediti in rodaggio per le imminenti registrazioni di un nuovo album che, presumibilmente, vedrà la luce nei primi mesi del 2013.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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