Questa settimana nei negozi di dischi

C’è qualcosa, nell’aria, che da sempre accomuna artisti all’evidenza solo apparentemente differenti. Nell’anno di grazia 2006, il “boss” Bruce Springsteen, ad esempio, diede alle stampe un lavoro tanto spiazzante quanto essenziale a livello di comunicazione di seri intenti basati su uno speranzoso rinnovamento in termini di contesto sociale, civile e (nella sostanza) morale. Quelle fatidiche Seeger sessions per We shall overcome, disco tributo a Pete Seeger, folk singer tra i maggiori esponenti di sempre delle proteste politiche statunitensi, non passarono affatto inosservate, sia per quanto riguarda il proseguimento dell’eterno impegno civil-politico dello stesso Springsteen (si veda anche l’ultimo Wrecking ball, oltre all’oscuro The rising del post 11 settembre, se non proprio l’immortale Nebraska), sia nei confronti di un’ispirazione altrui positivamente revisionista nei confronti di un senso di appartenenza tanto consolidato quanto (proprio per questo) rinnegato nelle sue radici più mendaci e culturalmente distorte.

Distorsione. È la parola d’ordine sulla scia della quale si apre questo (non tanto) nuovo Americana, vera e propria raccolta di canti popolari statunitensi che lo storico paladino di rock e dintorni, Neil Young, ha letteralmente scelto di devastare con la potenza dei suoi ritrovati Crazy Horse allo scopo di dimostrare come l’intera storia statunitense, al pari di quanto descritto proprio dallo stesso Springsteen o da altri venerabili quali, su tutti, Patti Smith, sia nata, cresciuta, maturata ed essiccata all’insegna delle interminabili contraddizioni. Delle proteste culturali e sociali, lo sappiamo bene, il signor Young è maestro assoluto. E allora, quale miglior medicina alla devastazione socio-culturale se non quella di distruggere a proprio personale piacimento (e che fermento!) classici storici come Oh Susanna, Clementine o, addirittura l’inno inglese God Save the queen (vera e propria radice dalla quale è germogliato il seme della discordia, insomma). Il tutto in salsa marcatamente rock e, a tratti, psichedelica, degna del suo diretto artefice indiavolato, perplesso e rammaricato più che mai nel continuare a vedere (dopo, ormai, più di quarant’anni di tentativi espressivi) le cose mantenere sempre il medesimo e scialbo non-contenuto. Assolutamente imperdibile.

Sempre in linea con quanto espresso inizialmente, poi, si insedia anche il nuovo lavoro di un altro tra i maggiori esponenti del dissenso collettivo sopravvissuto alle intemperie dell’omologazione globalizzante da moderna concezione di società. Stiamo parlando, dunque, del settantanovenne Willie Nelson, nuovamente tra gli scaffali dei negozi con il suo nuovo Heroes. Non a caso anche lui (soprattutto lui) grande e geniale esploratore proprio delle reali radici e tradizioni statunitensi, la sua vena country prende di nuovo il largo nello sconfinato oceano delle possibilità reinterpretative allo scopo di mescolarle ad un comunque mai spento talento compositivo che trae proprio da essi un fondamentale spunto di espressione. Da notare anche alcune tra le diverse collaborazioni che infarciscono il disco di una ancora maggiore perplessità: Kris Kristofferson e Sheryl Crow basterebbero a convincere gli interessati a prestare quantomeno un ascolto mentre, tra l’altro, anche una cover di Just Breathe dei Pearl Jam (l’originale è contenuta nel bellissimo Backspacer) e una di The scientist di casa Coldplay (da A rush of blood to the head) potrebbero destare curiosità nel testare un mai disperso talento assimilativo del diretto interessato. Da considerare.

Proprio i Pearl Jam, nell’ultimo disco live ufficiale (Live on ten legs) diedero, anch’essi, sfogo al già risaputo ed innato talento reinterpretativo proponendo una cover di Public Image dei londinesi Public Image Ltd. Riguarda proprio la poco conosciuta (ma considerevole) band dell’ex singer dei Sex Pistols, Johnny Rotten, un’altra importante uscita discografica, vale a dire This is Pil, sana rispolverata di un post punk magari non del tutto innovativo, ormai, ma pur sempre necessario in un’epoca in cui qualcuno, malgrado tutto, si suppone abbia ancora qualcosa da dire. Potenzialmente poca originalità, dunque, ma quanta energia e quanto desiderio di espressione può annidarsi effettivamente in dodici brani composti nell’arco di ben venti lunghi anni dalla precedete esperienza in studio? Presumibilmente tanta e, forse, basta solo questo a convincere anche i più scettici almeno ad assaggiare una simile derivazione.

Per finire, almeno per il momento, seppur di sponda completamente opposta ma non del tutto differente in termini di estro personale, male non farebbe aggrapparsi, con lunghe unghie di ricerca di rifugio musicalmente spirituale, al mai realmente defunto genio del compianto Jaco Pastorius (complessa ma intramontabile personalità venuta a mancare troppo presto, all’età di soli 36 anni), puro ed immortale maestro del quattro corde nonché praticamente inventore (o almeno maggior divulgatore) del tanto in voga “fretless” (ovvero quel particolare tipo di basso elettrico privo di quelle stanghette metalliche che ne delimitano i tasti). Mai dimenticato sia come mostro autoreferenziale (si riprenda almeno il suo primo disco solista omonimo, tanto per meglio comprendere anche la capacità di proporre una cover nientemeno che di Charlie Parker) che come membro degli altrettanto geniali Weather Report di Wayne Shorter e Joe Zawinul, la Holiday Park Records ne ripropone le gesta da palcoscenico in questo Jaco Pastorius – Back in town: live from the players club, resoconto audiofonico di un’altra sua storica performance, ovvero quella tenutasi nel gennaio del 1978 al Players Club di Fort Lauerdale, in Florida, la città in cui lo stesso Pastorius è cresciuto e maturato. Il concerto ebbe luogo in un periodo in cui lo stesso Pastorius ritrovò due vecchi amici quali Alex Darqui (piano) e Rich Franks (batteria) e non riuscì a trattenersi dal portare in scena, con loro al fianco, uno spettacolo nel bel mezzo di una pausa da un recente tour proprio coi Weather Report. Per cultori del soggetto ma anche per volenterosi apprendisti del genere.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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