Questa settimana nei negozi di dischi

«Nel 2008 la giovane nazione australiana ha preso una decisione consapevole concordando di offrire le proprie scuse ufficiali ai nativi aborigeni. Ispirati da un tale evento, anche gli Stati Uniti hanno ratificato una risoluzione di scuse ai nativi americani che, firmata dal nostro Presidente, è diventata legge nel 2009. Personalmente, voglio incoraggiare tutti i Paesi che ancora non l’abbiano fatto, a fare uno sforzo collettivo e riconoscere coloro che per primi hanno abitato le loro terre».

Sono queste le parole attraverso le quali il ritrovato Carlos Santana introduce a pubblico e critica il suo nuovo album (il trentaseiesimo della sua decennale carriera) Shape shifter, un album che (finalmente!) si chiama fuori dagli scivoloni (per non dire altro) delle mercificazioni da Grammy Award per puntare il dito su questioni ben precise sia da un punto di vista tematico (come si può notare dalle sue stesse parole) che strumentale. Già, perché il buon Carlos sembra esser tornato (chissà se definitivamente) a quelle vitali necessità di contaminazione etnica che lo hanno contraddistinto fin dagli albori (indimenticabili almeno i primi tre album con, in più, Caravanserai e il geniale triplo live Lotus) e che ne han fatto sia fortuna commerciale che, soprattutto, pregio compositivo. Largo, dunque, ad inserti folk in ottima miscela con spunti di world music, rock, ritmi latini e suoni “seventies” da tempo tenuti chiusi in un cassetto.

Di genere e provenienza artistica completamente differente, invece, è il nuovo interessante lavoro del duo Rich Machin / Ian Glover, meglio noto come The Soulsavers, di nuovo sugli scaffali dei negozi a tre anni di distanza dal precedente Broken. Cadiuvati da una saggia miscela di arrangiamenti elettronici e un alternative post rock tendente ad una tradizione da cantautorato mista ad incursioni pop mai del tutto affidate al caso, dopo aver usufruito, per le produzioni precedenti, della calda ed avvolgente voce di Mark Lanegan, questa volta è toccato nientemeno che al frontman dei Depeche Mode Dave Gahan svolgere il ruolo di trascinatore emozionale anche in veste di coautore per alcuni dei brani che compongono il tenue The light the dead see. Da assaporare.

Tanto per staccare un po’ riuscendo, forse, a farci un paio di risate, l’ambiente metal rabbrividisce ancora (in realtà più per pietà che per reale ed effettivo terrore) per il ritorno discografico dello scarcerato norvegese Burzum, chiuso in cella per quindici anni per l’assassinio di Oystein Aarseth, membro fondatore di una delle band di spicco del black metal scandinavo, i Mayhem, nonché per aver dato simpaticamente fuoco a numerosi edifici ecclesiastici. In seguito alla scarcerazione avvenuta nel 2009, dunque, il buon Varg Vikernes rientra in studio e sforna questo nuovo Umskiptar, nono capitolo di una controversa carriera che ha comunque attribuito al suo stesso artefice l’etichetta di padre ufficiale di alcuni frangenti proprio della derivazione metallica di origine scandinava. Sta di fatto, però, che questo particolare nuovo tassello poco convince (se non per niente) i cultori del genere a causa di potenziali eccessi di disomogeneità, frutto, probabilmente, degli anni di detenzione in cui quel che rimaneva di un potere creativo veniva lentamente dissolto dalla possibilità di potersi esprimere, tra le sbarre, unicamente attraverso uno scarno sintetizzatore da dark ambient.

Proprio i maggiori amanti del genere, però, potrebbero veder rinvigorire il loro appetito di growl e distorsioni grazie al nuovo lavoro di altri veri e propri maestri del genere, precisamente appartenenti ad una ramificazione tipicamente brutal-death della quale sono effettivamente ritenuti artefici principali. Gli statunitensi Cannibal Corpse, infatti, rimettono piede tra gli scaffali grazie a Torture, dodicesimo e, come sempre, violento lavoro in studio, intriso, come sempre, del tipico sound personale che, ad ogni modo, se da una parte garantisce longevità e mantenimento del genere, dall’altra pecca (almeno all’udito dei più desiderosi) in relativi eccessi di fossilizzazione in un genere che comunque, poiché, nella sostanza, giovane, gode di continue sperimentazioni da contaminazione alle quali, forse, non farebbe così male prestare un minimo di attenzione oltrepassando le proprie personali barriere artisticamente comunicative. Insomma: saranno soddisfatti i fan di vecchia data, un po’ meno quelli che la musica, qualunque sia il genere a cui si affida la propria anima, continuano a volerla davvero ascoltare.

Infine, cambiando nuovamente e decisamente rotta, non è da evitare il ritorno dei Madredeus con Essencia, disco sostanzialmente celebrativo dei 25 anni di carriera dell’agglomerato folk-fado portoghese (ovvero il genere di musica popolare tipico della loro terra d’origine), artefice principale della diffusione mondiale di un genere tradizionale sostanzialmente poco analizzato. L’album, dunque, avvalendosi della comunque meravigliosa voce della giovane Beatriz Nunez (subentrata alla storica vocalist Teresa Salgueiro), recupera l’intento dei diretti autori con, in aggiunta, il sempre vivo intento anticommerciale che fa di loro esseri viventi apparentemente provenienti da epoche artistiche ben diverse da quella attuale.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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