Questa settimana nei negozi di dischi

È proprio il caso di dirlo: a volte ritornano. Ebbene si, forse vi conviene proprio farvi un bel giro per i negozi di dischi, questa settimana, soprattutto perché tra le prime cose che chiunque vi segnalerà non può non esserci un nuovo, ennesimo album degli storici Beach Boys, ovvero That’s why God made the radio, in arrivo nei primi giorni di giugno ma fin da ora dotato di un omonimo singolo radiofonico che è possibile ascoltare in rotazione già a partire dallo scorso 4 maggio e, soprattutto, disco abbastanza simbolico anche solo per sottolineare i ben 50 anni di attività della leggendaria band statunitense ormai non più orfana del genio compositivo Brian Wilson (malgrado le svariate sue esperienze soliste, dalle quali solo di recente è stato estrapolato, in via speranzosamente definitiva, il meraviglioso ed eternamente incompiuto Smile). Ad ogni modo, ritorna a gran voce un comunque mai abbandonato “surf rock” a tratti psichedelico (si veda, soprattutto, l’intramontabile Pet sounds) che gli stessi Brian wilson, Mike Love, Al Jardine, Bruce Johnston e David Marks hanno scelto di tornare ad onorare in quello che è il loro ventinovesimo lavoro in studio.

Rimanendo comunque in tema almeno per quanto riguarda Wilson, non perdetevi almeno una delle due date italiane di un altro genio dello spartito come il pianista Van Dyke Parks, più volte collaboratore proprio di Wilson e soci, nonché di veramente tutte le personalità di spicco di quel fatidico periodo (Tim Buckley, Byrds e Ry Cooder, tanto per citarne qualcuno). Vi conviene, dunque, cominciare ad aggiudicarvi i biglietti fin da ora per le date di Milano (il 19 giugno al Teatro Martinitt) e Roma (20 giugno alla chiesa di San Paolo entro le mura). Imperdibile.

Tornando tra gli scaffali, poi, sarebbe bene non rinunciare a rivolgere l’attenzione sul nuovo disco in studio degli islandesi Sigur Ròs, tornati a sconvolgere i neuroni con suoni dilatati ed atmosfere da infarto immersivo con l’incerto (per alcuni) Valtari, in arrivo a pochi mesi dal precedente Inni a testimonianza di una promiscuità creativa strabiliante ma, proprio per questo, non sempre a garanzia qualitativamente avanzata. Certe inflessioni di stampo maggiormente etnico, a quanto pare, non sono gradite a molte personalità critiche del settore. A nostro modesto modo di vedere le cose, invece, conviene comunque sottolineare il fattore essenziale che, inequivocabilmente, contraddistingue ogni band esistente sulla faccia della Terra: l’evoluzione personale. Seguendo scelte radicali come, ad esempio, quelle dei Motorpsycho per la strepitosa trilogia psichedelica o dei Coral per il bel Butterfly house (anche se su sponde nettamente differenti), perché non può essere concesso ad una band già di per sé estremamente sperimentale, come appunto quella islandese, si sperimentare ancora di più e, soprattutto, verso altri orizzonti (quanto differenti, poi, è da vedere)? Male non farebbe, insomma, continuare a seguirli nel loro inarrestabile processo (che ci si creda o no) di crescita personale.

Chi non ha poi così tanto bisogno di crescere, seppur in settori completamente opposti alle sonorità ovattate ed estremamente dilatate passate in rassegna poco fa è, invece, il grandioso dio attuale della sei corde, vale a dire Joe Bonamassa, di ritorno sugli scaffali dei negozi con il nuovo Driving towards the daylight, prodotto nientemeno che da quel Kevin Shirley che tanto ha coccolato gente come Iron Maiden e, a momenti, Dream Theater, Rush e Led Zeppelin e che qui, di fatto, torna ad occuparsi di veri e propri mostri dell’hard rock, stavolta di impostazione prevalentemente blues (onore allo spirito illuminante di Stevie Ray Vaughan). Tredicesimo capitolo della discografia del geniale bluesman statunitense, il disco, come di consueto, si compone sia di brani inediti che di esimie cover quali Stone in my passway di Robert Johnson (ovvero il dio ufficiale del blues) o Who’s been talkin di Howlin Wolf. Special guest: Brad Whitford, storico chitarrista degli Aerosmith. Imperdibile anche questo, si direbbe.

Infine, rientrando nuovamente nel campo di una certa sperimentazione ma spostandoci dagli USA alla Gran Bretagna, ci imbattiamo con piacere (anche se con un pizzico di sospetto) nel disco solista di Demon Albarn, membro fondatore dei ritrovati Blur (assieme al, secondo noi, ben più eclettico e geniale Graham Coxon) nonché dei fantomatici Gorillaz, qui in veste solitaria una vera e propria rock opera, Dr.Dee, commissionata dal Manchester International Festival, già presentata nei teatri londinesi lo scorso anno e, ora, immortalata su supporto discografico per il bene collettivo. Poiché basata su un personaggio realmente esistito nella Londra a cavallo tra fine ’500 e inizio ’600), John Dee (alchimista, matematico e astronomo dai tratti assolutamente misteriosi soprattutto per via di una innata passione per l’occultismo), l’opera si compone, tra gli altri, anche di strumenti d’epoca (viola da gamba, liuto) con un’impostazione prevalentemente classica (in collaborazione con la BBC Philarmonic) anche se tendente a gusti africani, specie per il marcato uso di percussioni. Si tratta, in definitiva, di qualcosa di veramente nuovo proveniente da una delle menti più prolifiche (in varie e sempre differenti direzioni) dell’intero contesto artistico europeo.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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