Questa settimana nei negozi di dischi

Finalmente ci siamo: è arrivata l’ora “X”, quel fatidico momento in cui tutti coloro che hanno atteso per anni e anni di risentire (e rivedere) le sonore gesta della coppia Pelù / Renzulli possono sentirsi appagati, almeno per il momento. Esce proprio oggi, infatti, l’attesissimo nuovo lavoro in studio dei riuniti Litfiba, quel Grande nazione che da mesi suscita curiosità nei fan di sempre ma anche abbastanza scetticismo in coloro che hanno visto nel riavvicinamento tra i due storici leader della band fiorentina una sorta di appagamento ad uno stato di convenienza alquanto discutibile. Comunque sia, i Litfiba sono tornati e non sembrano aver smarrito quell’energia che li caratterizza da ormai più di trent’anni (merito soprattutto del chitarrista Ghigo Renzulli, che preferì la qualità al successo dopo l’abbandono del socio di sempre, maggiormente dedito al vendersi al pop più spudorato: onore, dunque, alle formazioni con Filippo Margheri e, soprattutto, Gianluigi Cavallo: Insidia, nonostante tutto, era un gran bel disco). A detta di coloro che hanno già avuto la fortuna di ascoltare il disco in anteprima, dunque, questo tredicesimo tassello inedito appare buono, estremamente distante dal periodo migliore in assoluto, quello di Desaparecidos e 17 re (il che è assolutamente scontato visto che quei territori sonoro non vengono toccati dall’ormai lontano 1988) ma abbastanza prossimo alle intenzioni di dischi comunque fondamentali come, tra tutti, Terremoto e Spirito, lavori pieni di riferimenti e riflessioni socio-politiche e, per questo, passati alla storia come due tra i dischi di produzione italiana più diretti e di maggior spessore (anche per via di una certa durezza e corposità sonora). Grande nazione, dunque, sembra voler riprendere proprio quel discorso lasciato da parte nel 1995 (prima dei miglioramenti tecnologici da mainstream del comunque buono Mondi sommersi), quando cioè il buon Pelù, tra una data e l’altra del corrente tour, si divertiva anche a suonare il campanello di casa Gelli, tanto per dirne una (recuperate il prima possibile quel gioiello che è la VHS Lacio drom con cd incluso per capire meglio di cosa si parla). Certo non sarà tempo di far visita, ormai, a palazzo Grazioli, ma di sicuro non mancherà quella potenza che l’intera band (per tre quinti la stessa del pre-litigio, dal momento che il bassista è il veterano Daniele Bagni) non ha mai smarrito e che, anzi, ha sempre innalzato come caratteristica principale soprattutto nelle roboanti sedi live. Il disco, dunque, nonostante un singolo radiofonico iniziale scontato e percettibilmente acconciato a tavolino, oltre ad una incerta ballata presentata qualche settimana fa, una La mia valigia troppo simile, nelle battute iniziali, alla No frontiere, guardacaso proprio di Spirito, nonostante appaia dotato di un calo di tensione del miglior Pelù in sede di scrittura versi, dovrebbe arrivare all’orecchio degli ascoltatori come un buon disco, dotato di quel carisma necessario a portare alla ribalta nient’altro che se stessi. Che sia per soldi o no, il riavvicinamento tra Pelù e Renzulli, insomma, suscita curiosità e soprattutto entusiasmo e, pertanto, va comunque sperimentato.

Nati nella firenze dell’esplosione wave dei primi anni ’80, gli stessi Litfiba, però, farebbero bene a non dimenticarsi di aver avuto molto da spartire con i Diaframma del sempreverde Federico Fiumani, anche loro in arrivo sugli scaffali dei negozi di dischi con il nuovo interessantissimo lavoro in studio Niente di serio, ennesima importante autoproduzione (ormai marchio di fabbrica della band toscana nonché unica via per prestare etrnamente fede alla propria essenza creativa in perenne divenire) anch’essa molto lontana dall’epoca (andata) di capolavori come Siberia ma ormai annoverata nel limbo delle migliori espressioni rock nostrane. Dopo tre anni dal precedente e notevole Difficile da trovare, dunque, Fiumani e soci tornano alla ribalta con un mai perduto appiglio punk che ha sempre caratterizzato la band con estrema sincerità sia nella composizione strumentale dei brani che nell’espressione di quanto più puro ci sia da poter espletare. Malgrado appaiano comunque saltuari spunti di matrice wave, qualità comunque mai completamente estinta, il disco dimostra come i Diaframma, malgrado l’eterna convivenza con un circuito mediatico mai veramente favorevole tranne rare eccezioni, sono stati e restano tuttora una delle migliori band in assoluto nel panorama musicale italiano.

Trasferendoci oltremanica, invece, incontriamo con piacere un’altra band molto importante, anche se di genere completamente differente. Sono tornati nei negozi di dischi, infatti, anche i New Order, stavolta con un documento dal vivo, vale a dire Live at the troxy. Nati nei primi ’80 dalle ceneri dei Joy Division, anche un po’ per elaborare il terribile lutto che convolse i membri in seguito al suicidio del ventitreenne e ormai mitico frontman e (soprattutto) oscuro paroliere Ian Curtis, Bernard Sumner, Peter Hook e Stephen Morris documentano con questo doppio disco una carriera trentennale fatta di sperimentazioni ed incursioni pop comunque dotate di una importante qualità legata a capacità di arrangiamento con pochi pari. Nonostante il continuo prendersi e lasciarsi, sa legale che personale, i tre leader hanno ritrovato, nel corso degli ultimi due anni, una freschezza emotiva e compositiva che ha permesso loro di tornare alla ribalta con una voglia di imporsi prossima a quella di un esordiente. Largo dunque ad un vero e proprio revival con brani ormai quasi storici come la celeberrima True faith o Regret e Blue monday, senza però dimenticare brani meno noti ma comunque validi come Elegia o 586 e, nota delle note, importanti recuperi dal periodo Joy Division come la storica Love will tear us apart e Ceremony, uno degli ultimissimi tocchi di penna con firma Curtis.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

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