Questa settimana nei negozi di dischi

Il Natale è ormai alle porte e, come di consuetudine, come da secoli, risulta praticamente inevitabile specularci sopra. L’uso e il costume di girare in lungo e in largo per le città del mondo allo scopo di catapultarsi nei meandri dei negozi più disparati (da quello più utile a quello più inconsistente ed evitabile) ha fatto di una festa particolarmente umana un buon proposito di incasso sia evangelico che industriale. Poteva, allora, il mondo dello spettacolo, in questo caso particolare il settore della produzione musicale, restare estraneo ad un così succulento invito a nozze monetarie? Ovviamente no. Ma altrettanto ovviamente la carta, da almeno una ventina d’anni a questa parte, è stata giocata in maniera piuttosto errata.

Per più di mezzo secolo, il Natale, a livello discografico, ha significato “Christmas album”, ovvero il consueto e ripetitivo disco di Natale attribuito per commissione, ormai in maniera più o meno tradizionale, ad artisti famosi, anzi capaci di incassare bene qualsiasi cosa facciano, fosse anche un peto o una sonora pernacchia campionata. Specialmente nello sciatto mondo del pop attuale, la produzione di dischi di Natale ha tenuto impegnati (si fa per dire) personaggi come Mariah Carey o Michael Bublè fino a toccare addirittura soggetti imbarazzanti che rispondono al nome di Justin Bieber. Ma a salvare una certa tradizione ormai consolidata e, soprattutto, ad intingerla di una vena veramente artistica ci hanno pensato Bob Dylan l’anno precedente e, ora, il genio newyorkese di John Zorn.

Per chi ancora non lo conoscesse, Zorn è una delle personalità artistiche attive in campo musicale che, al di là del genere (comunque mai ben definito poiché estremamente sperimentale, pur avendo le sue radici sempre innestate in un certo free jazz malato e contorto), risponde all’appelo tra i più prolifici compositori contemporanei, secondo, forse, soltanto ad un certo Frank Zappa. Artefice, oltre che di composizioni jazzistiche di primissimo livello, anche di assurdi progetti paralleli come i massacranti ed estremi Naked City (ricordate la colonna sonora di Funny games?) e amico fraterno di Mike Patton, celeberrima voce dei Faith No More e, anche lui, artista a tutto tondo, per il quale, non a caso ha prodotto alcuni lavori dei folli Mr.Bungle, John Zorn ha pensato bene di darsi una calmata tra rivisitazioni di colonne sonore e sperimentazioni multietniche per tornare in studio nell’intento di registrare (ebbene si) il suo album di Natale. A dreamers Christmas, infatti, suona come una specie di simpatica ed ironica pausa tra la solita ventina di produzioni annuali (tra nuove proposte e riedizioni varie) del sassofonista della Grande Mela, anche se ciò che il disco contiene è comunque da annoverare tra le migliori performance del suo ensemble. Basta, infatti, testare anche la sola Santa Claus is coming to town rivoltata in un semi free jazz da brividi o una Christmas song dalla verve sorniona alla cui empatia contribuisce proprio lo stesso Patton con un cantato da vero e prooprio “crooner” per rendersi conto di cosa si ha di fronte.

Rientrando nei ranghi di una certa normalità extranatalizia, invece, vi invitiamo con piacere a testare il nuovo lavoro in studio dei meravigliosi Black Keys. Il duo alternative rock-blues formato da Dan Auerbach (bello anche il suo disco solista Keep it hid del 2009) e Patrick Carney è tornato, infatti, a meno di un anno di distanza da retrospettivo Brothers, sugli scaffali dei negozi di dischi con il fresco El camino, ennesima dimostrazione di sconfinato stile legato a doppio nodo con una cultura musicale d’oltreoceano molto ben radicata ed espressa a dovere attraverso arrangiamenti sempre più minuziosi, precisi e necessari alla costruzione di un prodotto ben diverso (non più di derivazione unicamente da duo chitarra-batteria ma coinvolgente un’intera band) dalle pure esplosioni di energia blues di dischi incredibili come Thickfreakness o Magic potion, eppure estremamente coinvolgente, gradevole e degno di essere posizionato sul podio di ogni classifica di gradimento annuale. In definitiva, resta veramente difficile trovare un tassello discutibile nell’intera discografia del duo di Achron (Ohio). Imperdibile.

Infine, degno di considerazione, anche se sugli scaffali già da un po’ di tempo, è il nuovo disco degli islandesi Sigur Ros, instancabili macchine post rock da studio di registrazione e indefessi compositori di atmosfere ed ambienti sonori gelidi proprio come i ghiacciai della loro terra d’origine. Inni, dunque, si colloca nella discografia della band come una sorta di tassello speciale poiché derivante da una performance (inclusa nel dvd allegato) che la band di Reykjavik ha tenuto all’Alexandra Palace di Londra, ovvero una cattedrale laica situata su di una collina ben distante dai rumori caotici della metropoli. In puro stile sonoro fedele alle dilatazioni emotive che la band ha da sempre innalzato a pilastro portante di ogni sua composizione, dunque, il risultato che emerge dal complesso dell’opera conferma le derivazioni psichedeliche pinkfloydiane di estrema fattura strettamente ancorate all’esigenza di esternazione di sensazioni interioni (“Inni” in islandese vuol dire “dentro”) capaci di creare veri e propri mondi sonori sempre rinnovabili e (previa predisposizione psicologica all’ascolto) mai eccessivamente monotoni a primo acchitto. Da testare, come ogni brandello di loro pugno.

Buon ascolto.

E buone feste.

Stefano Gallone

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