Questa settimana nei negozi di dischi

Settimana colma di uscite interessanti, questa in cui ci addentriamo. Navigando tra le acqua di svariati generi diversi, se non proprio opposti, potremmo approdare, ad esempio, sulla riva franco-svizzera Gotan Project per assaggiare questo nuovo La revancha en cumbia, sorta di rivisitazione stilistica del capolavoro d’esordio La renavcha del tango (2001) che, tra le tante chicche, vantava anche una notevolissima cover zappiana di Chunga’s revenge (tratta dall’omonimo album). L’operazione “cumbiana”, in sostanza, appare come una sorta di optional per l’edizione deluxe proprio del disco d’esordio prima citato, in arrivo sugli scaffali dei negozi a festeggiare i dieci anni dall’uscita proprio in questo periodo. Il suo problema di fondo, dunque, risulta essere più prossimo ad un’essenza puramente da remix probabilmente poco opportuna, vista la mole di idee che da sempre arricchisce gli spunti già ottimi dei signori Philippe Cohen Solal, Christophe H. Muller e Eduardo Makaroff. Accolto, dunque, non con eccessivo entusiasmo, questo esperimento (non nuovissimo in termini di remix, operazione alla quale l’agglomerato ci ha già abituato in alcune occasioni a favore di altri artisti anche famosi), il disco gode ugualmente di quel valore aggiuntivo riferibile all’intramontabile e mutevole inventiva degli artisti di riferimento, qui coinvolti in un continuo processo di autorivisitazione (assistita da addetti ai lavori il cui nome non risulta, a primo acchitto, familiare) comunque da testare anche se non con lo stesso entusiasmo delle principali innovazioni di inizio decennio. Ai posteri l’ardua sentenza.

Cambiando completamente sponda, invece, trasferendoci momentaneamente negli Stati Uniti, in particolare a Los Angeles, ci imbattiamo in una sorta di scontro frontale con The great escape artist, ovvero il nuovo lavoro in studio (a mala pena il quarto in 25 anni di carriera) dei signori Jane’s addiction di Perry Farrell e Dave Navarro. Dopo essersi lasciati e ripresi almeno tre o quattro volte nella vita, la famosa band californiana torna sugli scaffali a ben 8 lunghi anni di distanza dalla precedente reunion di Strays (che a sua volta arrivava a 13 anni dal secondo e più complesso lavoro in studio Ritual de lo habitual), il quartetto che sconvolse il mondo del rock nel lontano 1988 col capolavoro Nothing’s shocking sembra aver deciso di alleggerire un po’ i toni (solo un po’) sfornando un lavoro meno diretto e più orientato verso sonorità più ritmiche (non che fossero mai mancate) e sperimentali in ambito di architettura effettistica (merito di un Navarro che, anche in regresisoni prossime al pop, non ha mai smesso di studiare il proprio strumento). Da sempre sudditi dell’eccesso di egocentrismo di Farrell, i quattro californiani si avvalgono, stavolta, di un suono più ruvido ed oscuro ma, al contempo, dichiaratamente riferito a U2, primi Radiohead o Muse (non a caso, il produttore è Rich Costey, artefice dei primi capolavori della band di Matthew Bellamy) per uno spiccato formato canzone che, però, non si scinde mai da una dose di energia visibilmente mai esaurita. Da valutare con maggior attenzione.

Sfogliando le pagine riguardanti il capitolo “mostri sacri”, poi, non è difficile restare incuriositi da un nuovo lavoro in studio (stavolta un ep) a nome Brian Eno. Stiamo parlando di Panic of looking approdato nei negozi a pochi mesi di distanza dall’ultima fatica Drums between the bells in collaborazione con Rick Holland, è proprio un derivato di queste sperimentazioni sonoro-narrative. Si può obiettare di tutto, nei confronti del signor Eno, specie nei momenti di maggior introspezione apparentemente insopportabile, come è il caso proprio di questo ambiguo dittico. Sta di fatto che ci si trova sempre e comunque di fronte ad uno dei maggiori (se non il maestro dei maestri) innovatori del secolo ormai scorso (non dimentichiamoci del capolavoro in coppia con David Byrne, My life in the bush of ghosts, e l’invenzione del genere “ambient” con Music for airports e, tra gli altri, On land). Discutibile e a tratti noioso, ma analizzabile per dovere di conoscenza.

Infine, sempre in tema di mostri sacri, come non considerare un nuovo capitolo svelato di quello che, con molta probabilità, risulta essere uno dei più grandi capolavori (prima perduto per follia e manie di presunta inferiorità autoflagellante, poi recuperato e rivisitato dal suo artefice principale), ovviemante dopo lo storico Pet sounds, dei Beach Boys e, in particolare, del maestro Brian Wilson. Dopo aver dato finalmente alle stampe nel 2004, dopo decenni di attese, ripensamenti e frustrazioni di beatlesiana competitività, il fatidico Smile, il capolavoro perduto nonché la rivoluzione e la definitiva consacrazione del suo artefice a genio del suono, mr. Wilson è giunto a calare tutte le carte in tavola con The smile sessions. Ecco dunque riapparire angeli e demoni di quella che lo stesso Wilson, ormai staccato dal resto della sua band per isolamento dovuto ad eccesso di creatività, definì “una sinfonia adolescenziale rivolta a Dio” per via degli infiniti esperimenti sia sonori che emotivi nei quali pianoforti conficcati in casse di sabbia o registratori su fondi vuoti di piscina che tanto hanno reso estraneo eppure mai così importante il concetto di studio di registrazione inteso come assoluto elemento creativo aggiuntivo (gli stessi Eno e Byrne avrebbero fatto lo stesso solo una quindicina di anni dopo). Questa nuova edizione del capolavoro nascosto di Wilson, dunque, arriva in veste di doppio cd (che diventa quintuplo con aggiunta di due 45 giri nell’edizione deluxe) con l’intenzione (si direbbe) quasi definitiva di riassemblare tutti i tasselli del fantasmagorico puzzle compositivo attraverso recuperi magnetici, riarrangiamenti e riproposizioni votati ad immortalare definitivamente, una volta per tutte, tutto quanto avvenne nel momento più creativo ma anche più controverso in assoluto del complesso cervello di Inglewood. Un obbligo per gli appassionati e uno spunto in più per i novelli, utile a comprendere chi sarebbe stato il vero precursore di tanta musica se i quattro ragazzacci di Liverpool non avessero spopolato come la storia ci insegna.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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