Questa settimana nei negozi di dischi

Raramente accade che escano nuovi lavori di artisti così importanti in un così breve lasso di tempo. Ebbene, questa è una di quelle settimane modello (come lo sarà la successiva e quella dopo ancora) in cui non c’è nemmeno tanto bisogno di spulciare chissà quali grandi archivi per venire a conoscenza di particolari nuove uscite: vengono loro a bussare alla nostra porta, vuoi per spessore del nome, vuoi per ossessione da mercato.

Paradossalmente, proprio il termine “mercato” (assieme al relativo concetto esplicativo) non è mai stato l’obiettivo primario di chi, invece, di fortuna ne ha fatta un bel po’ come Peter Gabriel, “colpevole” di una fama derivante dalla sua essenza di carismatico leader dei Genesis, prima, e di brillante e seminale compositore solista, poi, con relativa introduzione nel periodo storico-culturale del passaggio da wave a figura prevalentemente pop (anche se non è mai stata, per il diretto interessato, un’etichetta particolarmente appropriata), elemento che (troppo) spesso ha generato la scarsa capacità critica di disvelamento di ciò in cui davvero consiste la sua arte (perché di questo, si è sempre trattato, vista la costante vena sperimentale insita in quasi tutte le sue composizioni). Il nuovo New blood, dunque, arriva a circa un anno di distanza dal precedente Scratch my back, insolito album di cover (tra cui anche brani dei Talking Heads, David Bowie, Lou Reed, Radiohead, Neil Young), a segnare una sorta di proseguimento nato da una costola del precedente lavoro, denso com’è di rivisitazioni stavolta di proprio pugno anche se appartenenti ad incisioni passate. A farla da padrone è un’impostazione sinfonica di base molto simile a quella dello Sting di Symphonicities, di per sé simile proprio allo Scratch my back gabrieliano. Si tratta, allora, di un’operazione compilativa che, evidentemente, lo stesso Gabriel sente di voler portare a termine pur di (e gliene va dato atto) non fossilizzarsi in inutili “greatest hits” da baraccone. Il risultato può, certo, essere discutibile, e di sicuro non è da proporre a chi non abbia mai ascoltato nulla dell’artista inglese, anche se l’ennesima sperimentazione ritmica della meravigliosa The rhythm of the heat vale il prezzo intero del disco.

Su sponda differente, come non salutare, si, una reunion (pratica che comincia a diventare, onestamente, sempre più fastidiosa) ma di quale nome e quale fattura. È dando il bentornato ai Bush, dunque, che, assaggiando i brani del loro nuovo The sea of memories, in approdo sugli scaffali dei negozi di dischi dopo ben nove anni dall’utimo discutibile Golden state, possiamo riscoprire la loro mai deceduta influenza grunge pur vivendo a ben più di mille miglia di distanza dal nucleo del movimento (sono inglesi). Gavin Rossdale (di recente, ahimè, ricodato più in qualità di marito di Gwen Stefani (voce dei risorti No Doubt) che in quanto frontman di una nuova band comunque di rispetto come gli Institute) e soci, allora, ripropongono, vuoi per fame, vuoi per esigenze legate allo scemare, nel corso di tutti questi anni, di una certa popolarità comunque conquistata con merito e a pieni voti nell’arco dell’intera carriera, un sound meno duro e compatto ma pur sempre saggiamente melodico attraverso la costruzione di brani sotto la guida produttiva di un certo Bob Rock (già producer per Metallica e Aerosmith, tanto per fare due nomi a caso).

Rimanendo in territorio britannico, arriva finalmente nei negozi il tanto atteso nuovo lavoro in studio (il quinto) dei signori Coldplay, ovvero Mylo Xyloto, a detta di molti una specie di riproposizione dello stile ormai consolidato della band di Chris Martin con venature più aperte a nuove sonorità (si parla di ritmiche lievemente più forsennate e strutture melodiche ancora più pop del dovuto, con accenni ad inflessioni elettroniche, specie nel bel brano in attuale circolazione radiofonica Paradise) seppur insediate sul tipico stile compositivo caratteristico della band. Ciò che fa parlare di più, però, sono alcune intenzioni relative al futuro del gruppo: lo stesso Martin avrebbe, infatti, comunicato di recente l’intenzione, anzi la probabilità, di fare di questo disco l’ultimo della band. Una minaccia di scioglimento, quindi, (non si sa se realtà o bufala) aleggia comunque negli animi dei maggiori fan. Staremo a vedere.

Infine, tornando sulle coste italich e, non è degno di minore considerazione il nuovo disco di Dente, al secolo Giuseppe Paveri. Io tra di noi, quinto album in studio del cantautore di Fidenza, sembra essere una notevole prova di maturità in quanto conferma le doti narrative delle sue composizioni liriche ma, al contempo, incrementa le già marcate capacità di riflessione melodica per tramite anche di arrangiamenti orchestrali molto ben curati e significativi a livello emozionale.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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