Questa settimana nei negozi di dischi

Domanda: ha senso (se si, qual è e che funzione ha, se non unicamente commerciale per chissà quali tasche impoverite, visto i soggetti di cui si parla) continuare a ristampare all’infinito capolavori della storia del rock (e non solo) per inserire, oltre alle registrazioni originali, anche svariate versioni alternative, nuovi missaggi surround, fac simile di indumenti intimi usati dai membri della rispettiva band nelle sessioni di registrazione e chi più ne ha più ne metta davvero? Non è chissà quale grande critica, solo una domanda legittima che balza alla mente vedendo nelle vetrine dei negozi il corposo cofanettone di The dark side of the moon dei Pink Floyd. Disco ormai conosciutissimo da tre quarti di mondo, se non proprio imparato a memoria dai più capaci di un miglior approccio tecnico e semantico, arriva ad incrementare, probabilmente, la sete di soldi di David Gilmour, Roger Waters (che in proprio non é che abbiano fatto chissà quali passi da giganti creativi almeno negli ultimi vent’anni di carriera) e compagnia bella attraverso un nuovo succulento amo da pesca pronto per attrarre di nuovo (come se non lo avessero mai fatto), a quasi quaranta anni di distanza dall’uscita, i fan di vecchia data più agguerriti e alla continua ricerca di prelibatezze soniche. Assieme ad una ristampa massiccia di tutta la discografia della storica band inglese (la serie è stata denominata “Why Pink Floyd”…appunto: perché ancora?), il boxettone è disponibile, dunque, in due versioni distinte: la “Immersion” edition (contenente 3 cd, 2 dvd e 1 blu-ray, fanzine varie, libri fotografici e oggettistica da collezione con infiniti materiali inediti) e la “Experience” edition (“soltanto” un doppio cd). A subire lo stesso processo di rimediazione, arriva anche un altro capolavoro della band, ovvero Wish you were here, trattato secondo le medesime modalità del più fortunato predecessore. I rispettivi prezzi? Meglio non comunicarveli, potete scoprirli da soli a rischio coccolone.

Portando alla luce qualcosa di (più o meno) nuovo, fa piacere notare il continuo evolversi del processo creativo dei Wilco, famosa e piacevole band di folk di Chicago, giunta alla produzione del suo decimo lavoro in studio, ovvero un The whole love denso di spunti melodici ed atmosfere riflessive tipiche della band, stavolta incrementate da un suono ancora più morbido e delicato frutto, probabilmente, anche di una maggiore libertà produttiva visto il recente approdo ad un’etichettà di proprietà, la “dBpm Records”. Alla luce di un simile approdo burocratico, dunque, non sorprende il constatare l’incursione, nel corpus dell’agglomerato di Nels Cline e John Stirratt, di una accentuata vena sperimentale maggiormente orientata verso tratti più distorti e noise, caratteristica che è comunque stata, oltre allo spiccatissimo senso melodico di matrice beatlesiana, sempre percepibile nella struttura delle composizioni da almeno quindici anni a questa parte. Da assaggiare.

A proposito di scelte compositive melodiche ma orientate anche verso concezioni alternative, potrebbe essere importante ricordare che un ottimo esempio ce l’abbiamo proprio qui in Italia. Si tratta dei Vegetable G (già da noi ammirati anche in sede live presso la seconda edizione del People Involvement Festival di Frigento, provincia di Avellino), che con il nuovo L’almanacco terrestre confermano il desiderio di sprigionare, a pochi mesi di distanza dall’ultimo Ep La filastrocca dei nove pianeti, quell’armonia caratteristica della commistione di poesia e arrangiamento sonoro preciso e dettagliato, componente fondamentale di menti compositive dotate di una sensibilità sia lirica che strumentale davvero con pochi eguali. Narrare storie ed impressioni attraverso motivi docili ed orecchiabili, insomma, non sempre vuol dire scadere nell’anonimato morale della mancanza di capacità nei tentativi di attribuzione di senso alle proprie scelte espressive. Anzi.

Per finire, non fa male portare alla memoria dei più “rockettari” diretti il nuovo massiccio lavoro di una delle band di recente formazione più energiche in circolazione. Stiamo parlando dei quasi “punkettari” (ma di riferimento più Clash che altro materiale ben più commerciale) inglesi Subways e del loro fresco Money and celebrity, il cui singolo di anteprima (We don’t need money to have a good time) la dice lunga sia sulle tematiche intraprese che, soprattutto, su un vero e proprio stile di vita legato a quello compositivo.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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