Questa settimana nei negozi di dischi

Settimana molto intensa, questa in entrata. Piena di sorprese e di conferme ma anche di ritorni di fuoco. Per quanto riguarda il capitolo sorprese, non può non destare interesse o quantomeno sospetto (se positivo o negativo sta al tempo e alle capacità di assimilazione scoprirlo) il nuovo attesissimo lavoro in studio degli Opeth, da sempre importante band svedese di metal-prog duro, ostico e complesso, qui volontariamente autoposizionata su un consistente banco di prova artistico con l’incriminato Heritage, prodotto e mixato a quattro mani da Mikael Akerfeldt (voce, chitarra e leader del gruppo) e Steven Wilson (capostipite di band come Porcupine Tree, Blackfield e No-Man tra le tante altre), stimatissimo anche nelle vesti di produttore ed ingegnere del suono (suo è il supporto tecnico per i nuovi assetti sonori in dolby surround delle ristampe di interi cataloghi, soprattutto progressive, come quelli di King Crimson, Caravan e Jethro Tull). “Incriminato” perché di certo farà storcere il naso (se non girare particolari attributi) ai fan più accaniti e di vecchia data, amanti delle sezioni più distorte e dirette del complesso scandinavo, dense di compressori e ruggiti growl: esattamente l’opposto di quanto risiede fra le dodici tracce del disco, lavoro che si presenta comunque, all’udito dei più pazienti e volenterosi, come una pura dimostrazione sensibilmente culturale di ciò che fa parte del bagaglio formativo (in particolar modo) di Akerfeldt, elemento che grazie al sodalizio (ormai longevo) con mr. Wilson riesce a mettere in risalto il desiderio (magari un po’ troppo autoreferenziale) di rivisitare le proprie origini. Voce limpida e pulita, suoni “vintage” e architetture rarefatte fanno di Heritage un prodotto assolutamente nuovo, da testare e assimilare con la stessa pazienza e dedizione grazie alla quale si assapora il disco d’esordio di una qualunque band.

Ma il signor Steven Wilson, da parte sua, nemmeno ci tiene tanto a scherzare assecondando attese premonitrici o rischi di giudizio negativo. Ecco in arrivo, dunque, il suo secondo disco solista (il primo era l’interessantissimo Insurgentes), Grace for drowning, un ritorno al proprio ego (non che i Porcupine Tree non lo siano) anche qui orientato verso il progressive puro, quello di matrice anglosassone con spunti jazz ed incursioni ambient, tanto sperimentale (e forse anche un tantino pretenzioso) da suggerire alla mente del diretto responsabile di dividere l’opera in due parti (Deform to form a star e Like dust I have cleared from my eye), una per ogni cd, quasi a suggellare di una probabile essenza “concept”. Considerando la natura di Wilson come quella di un lavoratore instancabile e sempre stracolmo di idee, spunti e riflessioni, anche un ennesimo lavoro solista (concezione che ha sempre destato un pizzico di stupre, vista la mole esponenziale di progetti a suo nome) non può non essere degno di considerazione.

Sul versante dei ritorni di fuoco (per così dire) ci imbattiamo nientemeno che in Alice Cooper il quale, alla bellezza di 63 anni suonati potrebbe benissimo campare di rendita e invece non riesce a fare a meno di tornale sugli scaffali dei negozi e, a breve, sui palcoscenici di mezzo mondo con il suo nuovo Welcome 2 my nightmare. Ventiseiesimo (!) lavoro in studio, il disco si presenta come vero e proprio sequel del precedente Welcome to my nightmare datato 1975 per tramite di una serie interminabile di ospiti d’eccezione, a cominciare da Bob Ezrin (produttore, tra altre notevoli opere, anche di Berlin di Lou Reed e arrangiatore, assieme a David Gilmour, addirittura, di un certo The wall di marchio Pink Floyd), passando per John 5 (virtuoso della seicorde ex Marilyn Manson).

Ma il ritorno di fuoco vero, quello paragonabile alle lingue ardenti della Pentecoste, è targato U2. Nei dodici mesi del ventennale di chicchessia (Pearl Jam e Nirvana in primis), arriva a spegnere le candeline anche il capolavoro che fu Achtung Baby. Per descrivere ed elencare tutti i formati in cui vedrà la luce una delle ristampe più colossali degli ultimi anni, asciughiamoci una sudata preventiva e armiamoci di forza e coraggio. Oltre, dunque, alla normale edizione in cd e vinile del disco, i negozi saranno invasi anche da un doppio cd con inediti, b-sides e rarità provenienti sia dalle sessioni di registrazione che dal successivo tour mondiale, e da un “super deluxe box set” (il cui prezzo si aggira intorno ai 100 euro) con libro fotografico, 6 cd, 4 dvd (comprendenti il documentario From the sky down e Zoo tv: Live from Sidney oltre a svariati materiali bonus). Ma la vera chicca per i fan più appassionati e per i veterani (e folli) collezionisti della band, è possibile ordinare anche la cosiddetta “uber edition”, un vero e proprio agglomerato mastodontico di materiale per leccarsi i baffi: 6 cd, 4 dvd, vinile doppio, confezione speciale, una serie di 45 giri dell’epoca (i singoli estratti dall’album) riprodotti in vinile trasparente e colorato, svariate litografie, due libri fotografici, magazine vari e, addirittura, un paio di occhiali da sole modello “the fly” indossati da Bono nelle tappe del tour mondiale. Il tutto alla modica cifra di 400 euro e poco più. Cosa chiedere in più alla vita?

Buon ascolto

Stefano Gallone

 

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