Questa settimana nei negozi di dischi

Una piccola ventata di aria nuova tra uscite veterane è ciò che si percepisce nell’approssimarsi di questi sette giorni. Certo, non in termini di chissà quale grande e particolare innovazione stilistica o di genere, ma pur sempre una boccata d’ossigeno artistico ci viene regalata dall’ottimo Derek Trucks, attuale (e geniale) chitarrista trentenne della Allman Brothers Band (anche se, per certi versi, veterano pure lui: nipote del batterista membro fondatore Butch Trucks e inserito nell’agglomerato, per alcuni “featuring”, già da sedicenne), questa volta impegnato, dopo il buon esempio di blues moderno di Already free con la Derek Trucks Band, in compagnia di Susan Tedeschi, fedele consorte e donatrice di due bei figlioletti (qui anche voce solista), per il progetto Tedeschi Trucks Band, agglomerato che ha appena dato alle stampe un gran bel lavoro in studio denominato Revelator. Forti di una equipe di ben 11 elementi, Derek e Susan si cimentano in un disco forse dalla produzione difficile, vista la mole delle collaborazioni e il recupero perenne di un genere non più tra i più in voga, ma di certo molto interessante per quanto riguarda le prestazioni sia compositive che, soprattutto, esecutive di due tra i migliori chitarristi in circolazione attualmente. Il risultato è un flusso di soul rock molto gradevole ed appassionante, dal vago sentore sudista con contorno di gospel e blues a fare da ciliegina sulla torta.

E arriviamo, dunque, ai cosiddetti veterani o, meglio, veri e propri mostri sacri di diversa matrice ma di uguale raggruppamento per via del fatto che han pensato bene di far uscire i loro rispettivi nuovi lavori proprio in questo periodo. In cima alla lista spunta il nome di Pat Metheny, celeberrimo chitarrista jazz statunitense il cui strumento, nel corso degli anni, ha subito talmente tante sperimentazioni da toccare, in certi momenti, somiglianze somatiche prossime a quelle del sintetizzatore. What’s it all about è, dunque, il titolo del nuovo lavoro appena arrivato sugli scaffali dei negozi di dischi. Si tratta, però, di un disco di tributi, costituito, cioè, da dieci reinterpretazioni di altrettanti brani giudicati, dall’artista stesso, come di fondamentale importanza per la sua crescita sia di individuo che in qualità di artista. Largo, quindi, a discutibili ma, di certo, notevoli rivisitazioni di brani come The sound of silence di Simon & Garfunkel, And I love her dei Beatles o Alfie di Burt Bacharach. Il nucleo principale che ha portato Metheny a sviluppare una simile idea sarebbe racchiuso nella sua stessa intenzione di trasportare in studio le session semi-improvvisate e basate su brani altrui che avevano preso spazio durante le pause tra i vari concerti del tour relativo al disco One quiet nigh. Per meglio gradire, Metheny farà tappa in Italia per quattro date, precisamente il 12 novembre a Bologna, il 13 a Roma, il 14 ad Avellino e il 15 a Bari.

Scorrendo la lista si incrocia un altro agglomerato di mostri sacri, ovvero i famigerati Hot Tuna, ovvero Jack Casady (ex Jefferson Airplane e bassista anche per Jimi Hendrix nelle session per Voodoo child per l’album Electric Ladyland) al fianco di Jorma Kaukonen (anch’egli ex Jefferson Airplane) e Barry Mitterhoff, di nuovo nei negozi con Steady as she goes, primo album in studio dopo vent’anni senza incisioni ma riempiti da tour in puro blues acustico in giro un po’ per l’intero pianeta. 41 anni insieme sembrano non pesare affatto, anzi si evince una sostanziale vena di sorprendente rinnovamento se si considera il saggio mix di recuperi californiani in acustico e sincere ballate elettriche in puro stile “acid” (non a caso) alla Jefferson riesumati e rinfrescati. L’intero apparato, in definitiva, sembra riuscire a convincere i più appassionati ed esperti del genere che la vena creativa, nonostante il lungo periodo di stasi, non è mai andata dispersa. Anzi.

Al termine della missiva settimanale, come non provare piacere ed estrema curiosità nell’esplorare la nuova creazione di firma del maestro Brian Eno, qui in collaborazione con il poeta Rick Holland, già collaboratore del compositore/musicista/produttore britannico anche non in studio o su di un palcoscenico (si ricordano eventi come seminari didattici e, soprattutto, installazioni, campo che ha sempre interessato Eno e la sua generazione di compositori). Drums between the bells, allora, si presenta come una sorta di “stream of consiousness” di pensieri e frammenti sonori che entrambi gli artisti hanno accumulato in quest’ultimo periodo allo scopo di sperimentare nuovamente col formato elettronica/lettura poetica ma riuscendo, in sostanza, a non annoiare per focalizzare, invece, l’attenzione sull’introspezione generata da particolarissime (come sempre) atmosfere ed ambientazioni sonore. Non sono molto lontani, però, anche alcuni echi di provenienza wave in stile Talking Heads o, di livello di difficoltà ricettiva decisamente maggiore, Laurie Anderson su tutti. Da assaporare con gusto.

Stefano Gallone

 

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