Questa settimana nei negozi di dischi

Ebbene si. Sarà una settimana, questa, all’insegna di un importante ritorno per quanto riguarda un certo tipo di scena underground italiana, comunque mai sparita del tutto, anzi, resuscitata e rafforzata grazie al fondamentale supporto dell’etichetta indipendente, probabilmente, più importante dello stivale, dopo quello che fu il fatidico agglomerato del Consorzio Produttori Indipendenti (C.P.I), dal cui grembo spiccarono, su tutti, nomi come i Marlene Kuntz per solido volere del signor Gianni Maroccolo. Stiamo parlando, dunque, dell’etichetta La Tempesta Dischi di Pordenone che di nomi, in sostanza, ne sta sviscerando forse anche di più (si vedano Le Luci della Centrale Elettrica alias Vasco Brondi, Zen Circus, Moltheni o Il Teatro degli Orrori e i recuperati Massimo Volume, Giorgio Canali e Tre Allegri Ragazzi Morti su tutti) e magari anche di migliori rispetto al passato (questo è da valutare, ovviamente, su considerazioni a lungo termine). E proprio la suddetta etichetta si è presa la briga (per mezzo di conoscenze già maturate nel corso degli ultimi anni) di incentivare la coproduzione del nuovo attesissimo lavoro degli One Dimensional Man, band progenitrice del più osannato Teatro degli Orrori per volere dei due capisaldi storici che rispondono ai nomi di Pierpaolo Capovilla e Giulio Ragno Favero, qui accompagnati dalla roboante new entry Luca Bottigliero a sedere dietro le pelli. A better man (in arrivo a ben sette anni di distanza dall’interessantissimo e disomogeneo Take me away) è il titolo, dunque, di un disco senza dubbio spiazzante (si vedano poche ma cardinali incursioni elettroniche), ricco di collaborazioni importanti (Gionata Mirai dal Teatro degli Orrori, Justin Trosper dagli svaniti Unwound, Eugene Robinson dagli Oxbow, Jacopo Battaglia dagli Zu) e completamente diverso da tutte le quattro esperienze in studio precedenti ma ad esse assolutamente debitore in termini compositivi e stilistici (campi in pieno rinnovamento da maturazione). Il tutto, ovviamente, non può che essere inteso come un segnale positivo e di profonda intelligenza anti-fossilizzatrice, progenitrice di una sostanziale attitudine evolutiva che la band veneta, comunque, non ha mai smesso di seguire più o meno istintivamente. Unica certezza riscontrabile a primo impatto: siamo di fronte ad un disco che va ascoltato e riascoltato più volte per lasciarsi assorbire dalla sua struttura interiore. Per chi ne avesse voglia, allora, l’intero album è disponibile per l’ascolto in streaming gratuito su Rockit. Al via anche il relativo tour italiano con tappe (tra le tantissime altre) a San Lorenzo Estate presso Piazzale del Verano in Roma il 30 giugno (ingresso gratuito) e alla seconda ed ultima serata del People Involvement Festival di Frigento (Av) il 10 agosto (altro ingresso gratuito).

Tornando, in qualche modo, coi piedi per terra, ci imbattiamo in una nuova uscita solista del signor Peter Murphy (storico leader dei britannici Bauhaus) ovvero Ninth, nono album in solitario (come dice stesso il titolo) in arrivo, anche questo, dopo ben sette anni di pausa (nel frattempo c’era stata, però, anche una reunion momentanea della band originaria che, oltre agli eterni contrasti interni, affrontò anche la produzione di un ultimo sudato lavoro, Go away white, nel 2008). Dopo aver indossato, dunque, anche i panni di attore da grande schermo nel ruolo di Cold One, relativamente all’episodio Eclipse della saga Twilight, il buon Murphy torna sugli scaffali con un’opera ricca di rinnovato carisma (qualità principale del diretto interessato) maggiormente orientato verso territori pop-rock e punk-rock che poco hanno da invidiare, soprattutto, alle uscite principali di fine ’70 (Iggy Pop e David Bowie su tutti). Da assaporare, come sempre.

Ed è, infine, ancora tempo di ristampe per gli storici Thin Lizzy, maestri irlandesi di hard rock e progenitori di un po’ tutta la ventata “heavy” europea di fine ’70 e inizio ’80. Questa volta sono ben tre i dischi sottoposti a rimasterizzazione, ovvero Bad Reputations (1977), Black Rose: A rock legend (1979) e Chinatown (1980), rispettivamente ottavo, nono e decimo album in studio per la band di Scott Gorham e soci, praticamente gli ultimi prima del declino pre-scioglimento e della progressiva perdita di gradimento ad opera di critica e fans, causata anche dalla dipartita terrena del bassista fondatore Phil Lynott, eclettico leader nonché compositore principale della band. Corredati da una buona manciata di inediti, “alternative take” e “b-sides”, potrebbe trattarsi sia di graditi omaggi ai fan di sempre che, soprattutto, di una scelta (oltre che commerciale) mirata ad una rivalutazione, per i meno abbienti, di una delle più importanti ed influenti rock band esistite nell’arco della seconda metà del secolo scorso.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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