Questa settimana nei negozi di dischi

Perché se una band non ha più niente (o poco) da dire continua comunque ad invadere il mercato discografico? Forse proprio per questo termine: mercato. O promozione del tour mondiale in fase di sviluppo. Eppure in tanti preferiscono continuare a fare soldi con progetti paralleli o dischi da solista. Tutti tranne gli Iron Maiden, storica e leggendaria band progenitrice dell’heavy metal, che pure un versante solista (e anche abbastanza apprezzato) lo conobbe per tramite dell’osannato vocalist Bruce Dickinson, tornato poi tra le file del gruppo (assieme al chitarrista Adrian Smith) al richiamo della solenne e magica parola: mercato. Perciò, eccoli di nuovo insieme non per un nuovo lavoro di inediti ma per l’ennesima dimostrazione di pochezza compositiva derivante da una vena creativa da qualche anno prmai prossima all’affievolimento. L’ennesimo “best of” della band inglese (il settimo, se si contano anche le limited edition), From fear to eternity, come comunica stesso il titolo, sorta di sequel del precedente Somewhere back in time 1980 – 1989, racchiude i migliori brani composti ed incisi tra il 1990 e il 2010, a partire, cioè, soprattutto da quella fortunata pubblicazione che fu Fear of the dark (senza tralasciare alcuni spunti notevoli ma poco considerati del più fiacco precedente No prayer for the dying), per arrivare ai più recenti e discussi Dance of death, A matter of life and death e The final frontier. Se proprio si vuole trovare un lato positivo in questo binomio di greatest hits, lo si può riscontare sicuramente in una maggiore completezza che esso stesso, nell’insieme, rispetto a predecessori come Best of the beast o Edward the great, propone a coloro che ancora non hanno mai tentato l’approccio (sempre e comunque da sperimentare) ad una band che di storia ne ha fatta e tanta. E allora che si navighi pure tra le acque di vere e proprie gemme della decade dei ’90 come, appunto, Fear of the dark, Be quick or be dead, Afraid to shoot strangers, Tailgunner, Man on the edge e The clansman, per poi spaziare tra le perle più fortunate del decennio appena trascorso come The wicker man, Blood brothers, No more lies e Dance of death tra le altre. Il tutto in un doppio cd. Buono in coppia con il precedente se non si conosce la band. Inutile per il resto del mondo.

Scorrendo la lista dei nuovi arrivi in negozio abbiamo modo di variare tra generi talmente tanto da poter saltare dell’heavy metal alla bossa nova. È da segnalare, infatti, l’uscita del nuovo lavoro in studio dei Nouvelle vague, band ormai famosa per i suoi veri e propri remake di mostri sacri della new wave e del punk in chiave soffice e delicata da ballad filosudamericana. Già dal nome si comprende la serena ed irrefrenabile voglia di giocare dei comonenti del gruppo: “Nouvelle Vague” testimonia si, infatti, la provenienza transalpina (il movimento cinematografico francese) ma sta anche per una sorta di traduzione francese, non a caso, di “new wave”. Se, dunque, in precedenza, la band ha letteralmente stravolto (in maniera assolutamente geniale) brani di agglomerati di fondamentale importanza come XTC, The Clash, Joy Division, Depeche Mode e Buzzcocks, ora, in questo nuovo Version francaise, è il momento di volgere l’attenzione a quello che fu il movimento new wave in terra francese. Da testare e assaporare proprio come i precedenti, anche se con qualche ricerca in più per quanto riguarda i riferimenti.

Ritornando ad una sorta di genere relativamente più sperimentale, accogliamo con piacere il ritorno sugli scaffali dei Giant Sand, storica band di alternative/country rock, anche se con una ristampa commemorativa a circa ven’tanni dall’uscita di Centre of the universe e a venticinque dalla formazione della band. Il disco, già ben conosciuto dai fan della band, è assolutamente da testare per la restante percentuale di ascoltatori per via del significato che esso stesso ha portato nell’alchimia della band essendo un vero e proprio giro di boa stilistico dominato da una maggiore sperimentazione noise. Provare per credere.

Infine, segnaliamo davvero volentieri un altro tassello a testimonianza della sopravvissuta e longeva carriera di una delle band italiane meno considerate ma più valide sul panorama produttivo dello stivale. I Ridillo, infatti, tornano nei negozi con il nuovo Playboys, forse il miglior modo per festeggiare il proprio ventennale a suon di rock. Nati nel 1991 tra Reggio Emilia e Mantova, esplosero alla ribalta indipendente con la vittoria al Roxy Bar di Red Ronnie. Arrivati fino ad oggi senza assolute pretese ma solo grazie all’amore per la musica in tutte le sue sfaccettature, al di là del versante mercantile, i Ridillo restano e resteranno sempre una delle band di maggior impatto creativo che il territorio dello stivale abbia mai conosciuto.

Buon ascolto.

Stefano Gallone

 

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