Questa settimana al cinema: l’ora di Tarantino con Django Unchained

Django unchained quentin tarantinoMezzo mondo stava aspettando Django Unchained (l’altra metà no, per motivi che non stiamo qui a spiegare dilungandoci inutilmente) e allora eccolo qui: Quentin Tarantino è tornato con il suo tanto atteso ed elogiato (fino all’ossessione ancora prima che iniziassero anche soltanto le riprese) nuovo filmone (con Jamie Foxx, Chistoph Waltz, Leonardo Di Caprio, Samuel L. Jackson). Per la somma gioia degli amanti delle citazioni e nulla più (si spera che almeno qui ci sia molto più di personale da parte del diretto artefice), in questo caso rispolveranti una valanga di materiale western tipicamente autoctono forsennatamente mescolato in salsa “spaghetti” di casa Corbucci (ma l’Italia cinematografica, caro Quentin, è anche molto altro…proprio non lo vuoi capire), il “bastardo con la gloria” (come lo chiama Gianluca Colitta in un suo articolo basato sull’opera cinematografica precedente) torna sugli schermi terrestri per portare lo spettatore (chissà fino a che punto) nel sud degli Stati Uniti alla vigilia della guerra civile. Il dottor King Shultz, cacciatore di taglie di origine tedesca (e già questo la dice lunga) gira in lungo e in largo su di un carretto da dentista in cerca dei fratelli Brittle per poterli consegnare alle autorità e incassare la corposa ricompensa. Per raggiungere tale obiettivo, però, dovrà liberare dalle catene lo schiavo di colore Django (appunto “unchained”), promettergli la libertà a missione compiuta e instaurare con lui un sodalizio sia professionale che umano. Violenza (e ti pareva), razzismo e abuso di potere sono a favore di una causa che, almeno stavolta, si spera portata a buon termine. Vedremo.

Operando un salto nell’ambiente horror, gli appassionati delle saghe sostanzialmente interminabili saranno contenti di pagare un biglietto per assistere a Rec 3 (regia di Paco Plaza, con Leticia Dolera, Diego Martin, Ismael Martinez, Alex Monner), terzo capitolo della saga iniziata nel 2007 e, probabilmente, collocato in posizione di prequel (come produttivamente naturale) proprio in confronto dei suoi due predecessori. Sempre basato su una struttura da falso documentario che non intimidisce più neanche un bradipo dall’uscita del concettualmente innovativo The blair witch project, il film mostra le vicende di Koldo e Clara nel giorno del loro matrimonio, cerimonia alla quale, però, uno degli invitati, uno zio, ha la mano fasciata a causa del morso di un cane. Tutto procede in maniera serena mentre l’operatore, artefice del filmato che lo stesso spettatore vede, continua a fare il suo lavoro ininterrottamente. Ma dopo un po’, proprio lo zio comincia a sentirsi male e, succube di una inspiegabile trasformazione, comincia a mordere e strappare pezzi di carne da chiunque gli venga in soccorso: è l’inizio di una vera e propria carneficina, durante la quale Koldo riesce a salvarsi ma perde di vista Clara. L’uomo, dunque, dovrà iniziare una difficile e violenta ricerca.

Quanto al tema “mostri sacri dietro la macchina da presa”, il signor Tim Burton si conferma, sì, come tale ma lo fa sempre con la solita minestra riscaldata del gotico trapiantato in commedia, piatto ormai assaggiato, ingerito e digerito più e più volte. Di nuovo alle prese con una produzione stop-motion (coadiuvata, naturalmente, dal supporto digitale), questa volta, a provenire dall’eterna infanzia scapestrata del suddetto autore, è Frankenweenie (con le voci originali di Wynona Ryder, Martin Landau, Martin Short), esplicita citazione del ben più noto e “cinematografato” Frankenstein incentrata, però, sul piccolo Victor, tendenzialmente solitario e appassionatissimo di scienza, il quale ha, come unico e solo amico, il suo cane Sparky. Quando proprio la sua amata bestiolina muore investito da un’automobile, il dolore, per Victor, è talmente forte da indurlo a mettere in pratica un esperimento al quale ha assistito a scuola: generando, infatti, una scarica elettrica di potenza sufficiente allo scopo, Victor apprende che è possibile stimolare i muscoli di un corpo anche dopo la morte. Applicando tale procedimento al suo cagnolino, Victor riuscirà nell’intento ma dovrà tenere nascosto il suo risultato non senza mille difficoltà.

Frankenweenie Tim BurtonApprodando nel genere commedia, infine, forse si può fare a meno di spendere soldi per l’ennesima commedia demenziale tipicamente americana e, quindi, votata alla stupidità più totale e insensata (dopo capolavori come L’aereo più pazzo del mondo e Una pallottola spuntata, in sostanza, niente è stato più all’altezza di tale genio). Stiamo parlando di Ghost movie (regia di Michael Tiddes, con Essence Atkins, Nick Swardson, David Koechner, Dave Sheridan), parodia horror firmata dagli stessi autori del più fortunato Scary movie e, questa volta, basata sulla presa in giro ancora più scema della saga di pellicole Paranormal activity. A voi la scelta. Il nostro consiglio, invece, ammesso che vogliate assistere ad una produzione spensierata e per nulla votata a particolarmente elevate facoltà di pensiero, verte maggiormente su Cercasi amore per la fine del mondo (regia di Lorene Scafaria, con Steve Carell, Keira Knightley, Adam Brody, Melanie Lynskey), altra forma di parodia, sì, ma almeno incentrata sullo sbeffeggiare le ben note teorie apocalittiche ormai lasciate alle spalle. Tre settimane è, dunque, il tempo che dovrà trascorrere tra la scoperta e l’effettivo impatto di un asteroide sulla superficie terrestre. Dodge, assicuratore abbandonato dalla moglie, ha un solo ed unico obiettivo: rivedere Olivia, il suo grande amore di gioventù. Tra tumulti, deliri e saccheggi in cui verte l’intera umanità, Dodge incontra, però, Penny, giovane vicina di casa disperata per non poter raggiungere la sua famiglia in Inghilterra. Dodge, però, le fa una promessa: se lei lo aiuterà a trovare Olivia, lui le permetterà di entrare in contatto con qualcuno in possesso di un aereo privato.

Buona visione.

Stefano Gallone

@SteGallone

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