Questa settimana al cinema: imperdibili “Amour” di Haneke e “Io e te” di Bertolucci

Dopo il sanissimo allenamento a suon di bestemmie che abbiamo avuto modo di sperimentare sulla nostra stessa pelle lo scorso giugno per via (ricorderete) della disorganizzazione capitolina generale in termini di potenziale predisposizione, in pochissimi cinema di una così grande e popolata metropoli, al passaggio in sala di alcune tra le più importanti pellicole dell’appena trascorso Festival del Cinema di Cannes, il tanto atteso nuovo probabile capolavoro (anche se per alcuni sembra essere tutt’altro: constateremo) dell’ormai consolidato maestro austriaco di freddezza e distacco Michael Haneke, vale a dire Amour, per l’appunto vincitore della Palma d’Oro all’ultima edizione della kermesse transalpina. Trasportati da un ben più che sostanzioso ritorno davanti l’obiettivo della macchina da presa da parte di un signor attore del calibro di Jean-Louis Trintignant (al cui fianco compaiono Isabelle Huppert, Emmanuelle Riva, Rita Blanco, Laurent Capelluto), Haneke ci racconta (a modo suo) di una anziana coppia di insegnanti di musica in pensione (Anne e Georges) che affronta l’inevitabile senilità con serena calma, pazienza e, soprattutto, con un mai scemato amore reciproco. Un giorno, però, dopo aver ricevuto una visita prima da parte di un ex allievo e poi da parte della figlia Eva, Anne viene improvvisamente colpita da un ictus. Di punto in bianco, dunque, la loro vita subisce un brusco cambiamento che vedrà Georges doversi assumere tutte le responsabilità riguardo la salvaguardia della moglie, lottando anche contro la continua tentazione di cedere alla realtà dei fatti per concederle l’estrema gioia di un “ultimo concerto” (anche in questo caso, come per La pianista, Schubert ricopre un ruolo non meno importante). Sostanzialmente obbligatorio.

Sempre in tema di grandi nomi, anche se stavolta di provenienza oltreoceanica, viene a farci visita in sala un ritrovato Oliver Stone con Le Belve (con John Travolta, Benicio Del Toro, Blake Lively, Aaron Johnson, Uma Thurman, Salma Hayek), storia incentrata su due amici per la pelle, Ben e Chon, disposti, da sempre, a condividere tutto, anche l’amore per la bella Ophelia oltre all’attività di coltivatori e spacciatori di marijuana nel sud della California. La vita di entrambi, dunque, prosegue senza intoppi, almeno fino a quando un terrificante cartello di trafficanti arriva a mettere loro i bastoni fra le ruote decidendo di fare affari con loro anche con l’utilizzo della forza. Il buon Stone, dunque, ci offre ancora una volta un preciso, dettagliato e frastornante profilo psicologico di personaggi difficili appartenenti ad un ambiente ancora più ostile e mai restio nel suo essere eternamente più grande (e complesso oltre che pericoloso) di loro per il costante mantenersi in bilico esattamente tra la vita e la morte.

Rientrando, però, di nuovo in sfere ben più elevate in termini di narrazione oltre che (soprattutto) di innovazione linguisticamente cinematografica (di cui proprio Haneke è uno degli alfieri probabilmente più spietati), è con estremo onore che riscontriamo l’arrivo in sala dell’ancora più atteso ritorno del maestro Bernardo Bertolucci con il suo nuovo e sentitissimo Io e te (con Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, Sonia Bergamasco, Pippo Delbono). La pellicola è incentrata sulla figura di Lorenzo, quartodicenne con evidenti difficoltà a rapportarsi con i suoi coetanei, in aiuto del quale giunge prontamente uno psicologo. Un giorno, però, il ragazzo pensa bene di cogliere un’occasione per lui unica: fingere di partire per una settimana bianca con la sua classe per rinchiudersi, invece, nella cantina di casa (ogni collegamento con The dreamers è, in tal caso, più che lecito) con una buona scorta di cibo e letture preferite. Di lì a poco, però, in quel rifugio irromperà Olivia, giovane tossicodipendente intenzionata a ripulirsi ma estremamente sofferente di crisi d’astinenza. Altro film potenzialmente imperdibile, fosse anche solo per il nome d’autore che si porta addosso.

Alleggerendo un bel po’ il peso intellettuale, invece, sfociamo nel campo dell’horror con l’interessante The possession (di Ole Bornedal, con Jeffrey Dean Morgan, Kyra Sedgwick, Grant Show), una sorta, se vogliamo, di Esorcista in salsa effettisticamente moderna poiché incentrato su una narrazione che, nella fattispecie, almeno in determinati punti, non se ne distacca moltissimo. Da poco divorziati, dunque, Clyde e Stephanie cercano di rifarsi una vita gettandosi a capofitto nel lavoro e nella costituzione di nuove rispettive famiglie ma tentando di rendere il loro distacco quanto meno doloroso possibile per le loro figlie. Quando, però, la più piccola, Em, in visita dal padre per un fine settimana, trova una scatola di legno ebraico ad un mercatino di quartiere, viene da essa estremamente attratta: cerca di aprirla e, da quando vi riesce, la piccola comincia a fornire instabili segni di possessione diabolica che diverranno presto evidenti agli occhi di tutti.

Infine, sempre in tema di alleggerimento intellettuale seppur con un pizzico di ironia riferita al contesto rabbiosamente reale, il nostrano Massimiliano Bruno approda in sala con il suo Viva l’Italia (con Raoul Bova, Michele Placido, Sarah Felberbaum, Alessandro Gassman, Rocco Papaleo), beffardo e (si spera non poco) riflessivo affresco di caratteri tipicamente appartenenti allo stivale (già una buona base è stata fornita, l’anno passato, dall’interessante commedia Nessuno mi può giudicare) racchiusi nella caratterizzazione di un potente politico, dei suoi tre figli mangiapane a tradimento e indebitamente creduloni in termini di valore personale, di raccomandato quotidiani, favori, scambi, furti, luoghi comuni, malcostume generale e chi più ne ha più ne metta. Insomma, se riuscite a divertirvi con argomentazioni che dovrebbero solamente aumentare la dose di sangue affluente agi occhi (considerando anche la non superficialità del regista in questione), questo potrebbe essere il film che fa per voi.

Buona visione.

Stefano Gallone

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