Questa settimana al cinema: tornano Steven Spielberg e Robert Zemeckis

Steven Spielberg LincolnSettimana importante, questa in corso, a causa dell’approdo italiano di almeno due pellicole tanto attese sia per l’argomento trattato che, per gran parte, la sostanza che caratterizza la personalità dei loro diretti autori: stiamo parlando, infatti, del ritorno sul grande schermo di due maestri assoluti quali Steven Spielberg e Robert Zemeckis, l’uno proveniente dalla non felicissima esperienza storico-drammatica di War Horse e dagli esperimenti ludici più redditizi in 3D di Le avventure di Tintin – Il segreto dell’unicorno, fascinazione tecnologica che, da sempre, possiede l’altro, per un certo periodo iniziale collaboratore proprio del primo menzionato, ben noto catalizzatore di vere e proprie innovazioni visive che non stiamo qui a citare per quanto sono e sempre saranno famose, sì, ma anche e soprattutto seminali.

E allora, ecco il buon Spielberg rientrare nei ranghi normalmente distributivi a seguito delle importanti esperienze di riconoscimento da Oscar e Golden Globe (ben 12 nomination nel primo caso, 7 nel secondo con, stavolta, un vincitore che risponde al nome di un sempre eccezionale Daniel Day-Lewis) con il suo monumentale Lincoln (con, oltre al già menzionato Daniel Day-Lewis, Sally Field, Joseph Gordon-Levitt, James Spader), megaproduzione da circa cinquanta milioni di dollari basilarmente incentrata sugli ultimi quattro mesi di vita del più che noto Abraham Lincoln, artefice di un punto di netta svolta storica mondiale per aver posto fine, almeno dal punto di vista legale, alla schiavitù sotto la quale erano costretti a soccombere i neri d’America. Ciò che viene posto sotto particolare attenzione, dunque, è una trasposizione narrativa che fa fede e mette in mostra, non senza giudizi di parte, il processo di raggiungimento e attuazione del tredicesimo emendamento discusso alla Camera dei Rappresentanti, percorso politico, umano e morale attraversato non senza enormi difficoltà legate ad esigenze di tempo e conflitti bellici in corso di sanguinosa e violenta repressione. Di Lincoln, dunque, Spielberg mette a fuoco ogni risvolto umano possibile, dalla figura di padre a quella di Presidente, dalle disposizioni affettive in qualità di marito al bagaglio civile e, appunto, morale che lo contraddistingueva principalmente come uomo. Potenzialmente imperdibile.

Così come probabilmente obbligatoria rischia di essere la visione del secondo lavoro cinematografico proveniente dalla seconda (solo in termini di ordine per questo articolo, non in termini di costituzione qualitativa) personalità da noi citata, vale a dire, quindi, l’altro buon maestro Robert Zemeckis, di nuovo, per fortuna, in sala con il suo nuovo Flight (con Denzel Washington, John Goodman, Bruce Greenwood, Don Cheadle), una sorta di ritorno alla “normalità” visiva (fino a un certo punto, s’intende) maggiormente incentrata sul narrare storie da un risvolto drammatico ben più dedite ad un concetto di riflessione umana propria di ogni individuo che si giudichi tale. Whip Whitaker, in questo caso, è un pilota di una linea aerea che, però, mantiene il vizio dell’alcol. Dopo aver consumato una notte brava con una hostess, il buon uomo deve rimboccarsi le maniche e mettersi al comando dell’ennesimo volo di linea. Ma quello che dovrebbe essere solo regolare e ordinaria amministrazione, d’un tratto, muta i suoi tratti somatici in quelli di un vero e proprio incubo: la struttura del velivolo, improvvisamente, comincia a cedere e Whitaker è costretto ad una manovra d’emergenza per tentare di mantenere in quota l’aereo, riuscendo, però, solo in parte ad effettuare un atterraggio di salvataggio poiché avrà comunque delle vittime sulla coscienza. Divenuto, per questo, un eroe per la stampa, Whip sarà comunque posto sotto indagine per l’accaduto ma, di gran lunga, il precipizio contro il quale dovrà operare un atterraggio di emergenza sarà, di lì in poi, soprattutto quello del suo stesso vivere in dipendenza sia dall’alcol che da una particolare condizione di vita solitaria autoimposta. L’abisso da cui dovrà salvarsi sarà unicamente quello del suo stesso Io.

Flight Robert ZemeckisSempre parlando di maestri, anche se da un punto di vista interpretativo, l’eccellente e celeberrimo Dustin Hoffman esordisce, alla venerabile età di 75 anni, anche dietro la macchina da presa con Quartet (con Maggie Smith, Albert Finney, Billy Connolly, Pauline Collins), trasposizione cinematografica di una pièce teatrale firmata Ronald Harwood (qui sceneggiatore) e costruita sulle figure di quattro anziani clienti della inglese Beecham House, casa di riposo per musicisti e cantanti. Tra le sue mura, dunque, annualmente si commemora la nascita di Giuseppe Verdi grazie all’intenzione di tutti gli ospiti di organizzare una serata di gala per esibirsi sperando di raccogliere, di volta in volta, fondi necessari per il sostegno della struttura che, di per sé, rischia di chiudere ed essere smantellata. Reggie, Wilf e Cissy, in particolare, sono tre punte di diamante del settore, ex componenti di un quartetto di cui la quarta forza, Jean, marito di Reggie ancora dolorante per le ferite di un non facilissimo rapporto tra i due, giunge solo in ultimo a dare un tocco di vera arte nel ricostruire il loro leggendario complesso.

Tra le poche altre proposte interessanti, infine, si potrebbe tornare in Italia per l’uscita della nuova (anche se, a detta di molti, ben poco riuscita) commedia di Fausto Brizzi, ovvero Pazze di me (con Loretta Goggi, Paola Minaccioni, Valeria Bilello, Chiara Francini), dove il buon Francesco Mandelli può tranquillamente svestire i panni di Ruggero De Ceglie per qualcosa che, se non altro, almeno non sia uno scialbo e insulso cinepanettone. Andrea, unico maschio di una famiglia tutta al femminile (il padre è letteralmente scappato venticinque anni prima), vorrebbe tanto una vita propria con una brava compagna e un lavoro fisso. Ma una madre “brigadiera”, tre sorelle fastidiose, una nonna farneticante, una badante scorbutica e, addirittura, una cagnetta ululante gli impediscono di raggiungere un qualsiasi spiraglio di tranquillità. Cresciuto sotto il segno di un totale annichilimento familiare, quindi, Andrea si innamora di Giulia ma decide di tenere fuori dalla sua vita l’intera famiglia fingendosi orfano. La verità oggettiva, però, molto presto farà irruzione nell’ennesimo tentativo di serenità acquisita ma, almeno stavolta, Andrea cercherà di mantenere solide e inamovibili le sue convinzioni personali.

Buona visione.

Stefano Gallone

@SteGallone

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