Questa settimana al cinema

Pietà, Kim Ki-Duk, Festival di Venezia, Leone d'OroRaramente ci si trova dinanzi a settimane così dense di uscite interessanti e, potenzialmente, anche culturalmente non indifferenti, partendo da scelte per eventuali rifacimenti metacinematografici per approdare a questioni poste in essere a livello sia visivo che narrativo allo scopo, se non altro, di destare l’attenzione su problematiche tutt’altro che lontane dalla realtà dei fatti (malgrado il cinema sia sempre stato, e continua ad essere, campo “onirico”; ma ben conosciamo le diatribe continue tra senso e fine ultimo di spettacolarità e impegno).

Appartenente al primo gruppo teorico-concettuale, dunque, di certo è Prometheus di Ridley Scott (con un cast d’eccezione formato da gente come Michael Fassbender, Charlize Theron, Noomi Rapace o Guy Pearce), non ben identificato come remake, prequel o capitolo a sé stante ma comunque intenzionato a riprendere le redini del genere fantascientifico per esplorare, fin dove possibile, nuovi orizzonti sia in chiave narrativa che tecnica (3D in primis). Vero è, ad ogni modo, che il concept iniziale si basava su un effettivo prequel della ben nota pellicola “cult” fanta-horror Alien (diretta dallo stesso Scott nel 1979) anche se pare essere definitivo il distacco concettuale dal film principale pur avendone mantenuto gli scenari sostanziali. Dunque, la vicenda si svolge attraverso il lavoro di un gruppo di esploratori che, in un futuro abbastanza lontano come quello del 2089, porta alla scoperta di una vera e propria mappa narrante le origini della vita umana sul pianeta Terra. Questo elemento porterà tutti i componenti della troupe scientifica ad intraprendere un viaggio verso gli angoli più remoti dell’universo, fino a trovarsi, però, nelle condizioni di detenere tra le proprie mani il destino della razza umana.

Direttamente da Venezia, poi, approdano almeno due film dal potere sia attrattivo che discorsivo da non sottovalutare se si vuole fare il punto della situazione nazionale, pur non essendo entrambi dotati di sufficiente “cattiveria” espressiva forse necessaria mettere in chiaro determinate question ianche fin troppo evidenti della nostra quotidianità. La prima pellicola in questione è È stato il figlio (vincitore alla kermesse lagunare come “miglior contributo tecnico”) di un Daniele Ciprì per la prima volta in solitaria dopo il longevo sodalizio artistico con Franco Maresco per gli intramontabili corti di Cinico Tv e, soprattutto, il blasfemo lungometraggio Totò che visse due volte. Detentore di un cast di massimo rispetto artistico (Toni Servillo, Alfredo Castro, Gisella Volodi, Aurora Quattrocchi) il film si basa su una narrazione effettuata, in tempo futuro, da un uomo seduto in un ufficio postale, Busu, il quale parla di una famiglia realmente esistita, quella dei Ciraulo, costretta ad affrontare il lutto della figlioletta Serenella, per il quale, a causa di un potenziale indizio relativo a “crimini di mafia”, sarebbe previsto un cospicuo indennizzo che, ovviamente, ogni singolo membro non vedrà l’ora di sperperare nel più bieco, sciatto, insulso e riprovevole dei modi: l’acquisto di una macchina che possa far sperare di nascondere a tutti la miseria sia esteriore che interiore di un’intera vita trascorsa ai margini tanto della società quanto della propria stessa persona. Il secondo film interessato, invece, è l’ottimo Gli equilibristi di Ivano De Matteo, anch’esso proveniente dai consensi del festival veneto e, anche se in maniera speculare, comunque direzionato a fare, in qualche modo, il punto della situazione di una nazione (l’Italia) alla deriva. Un bravissimo Valerio Mastandrea, dunque, veste i panni di Giulio, quarantenne padre di famiglia reo di aver tradito, in una fugace scappatella con una collega, la moglie (Barbora Bobulova) e quindi intenzionato a non far soffrire più di tanto l’intera famiglia con la sua sola presenza tra le mura di casa. In tal senso, allora, Giulio sceglie di andare a vivere altrove e accettare il pur pacifico divorzio. L’uomo, però, non ha fatto i conti, né in passato né al momento di mettere piede fuori di casa, con l’impossibilità di farsi o rifarsi una vita in un paese sconclusionatamente ostile nei confronti di qualsiasi generazione. La situazione, dunque, rischierà di trascinarlo negli abissi di sé stesso.

Gli equilibristi, Ivano De Matteo, Festival di Venezia, Valerio Mastandrea,Sempre da Venezia ma, stavolta, pienamente vincitore, arriva nelle sale italiane l’attesissimo Leone d’Oro 2012, ovvero quel potenziale capolavoro che dovrebbe essere Pietà del sudcoreano Kim Ki-Duk (anche se in molti dicono che il premio principale sarebbe dovuto andare, anch’esso, a Thomas Anderson, evento non verificatosi per motivi burocratici interni). Uno dei maggiori avanguardisti del cinema contemporaneo, dunque, affronta in maniera del tutto personale (anche se effettivamente condivisibile) proprio il tema espresso dal titolo, partendo dalla celeberrima scultura michelangiolesca per porre in essere le vicende di un feroce strozzino (Lee Jung-Jin) che vaga, sotto il segno della violenza, con il compito di riscuotere i debiti dei clienti dei suoi capi. Un giorno, però, una donna (Jon Min-Su) gli si presenta dinanzi affermando di essere sua madre.

Dell’inutile ed insulso Cosa aspettarsi quando si aspetta (di Kirk Jones, con Cameron Diaz, Jennifer Lopez, Elizabeth Banks) preferiamo non parlarvi (sconsigliandovene, ovviamente, la visione) per non compromettere una serie di scelte filmiche raramente di così elevato rispetto.

Buona visione.

Stefano Gallone

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