Questa settimana al cinema

Ci siamo, è il momento. Preparatevi ad aggiudicarvi un biglietto di qualunque sala perché, ormai, sta arrivando. Distribuito in anteprima nazionale in diverse città lo scorso 21 agosto, Il cavaliere oscuro – Il ritorno si appresta a tenervi incollati a bocca e mente aperta sulla poltrona per oltre due ore e mezza di puro cinema. Terzo e (chissà fino a che punto) ultimo capitolo della saga che ha rispolverato l’uomo pipistrello in maniera mai così radicata in un reale intriso di spirituale fino all’orlo, il film conferma Christopher Nolan come vero e proprio maestro di manipolazione sperimentale capace di fare del mainstream un campo ormai abilitato a sfociare in intuizioni psico-filosofiche prossime alla perfezione sin nei minimi dettagli (basterebbe solo quel capolavoro metafilmico che è Inception a confermare e trasferire ai posteri questa tesi).

L’estro teorico-registico del director britannico, dunque, si riversa in una narrazione collocata ad otto anni di distanza dallo spazio-tempo del precedente capitolo, ovvero in un periodo in cui la fatidica Gotham City (mai così fortemente metafora di una certa condizione sociale sia di stampo statunitense che mondiale), commemorando la morte di Harvey Dent, appare sostanzialmente pulita. Non vi è traccia di malavita e, addirittura, la polizia ha letteralmente paura di sparare per non alzare il benché minimo polverone (elemento che, al pari di alcune vicende reali attuali, lascia abbastanza sbigottiti). Il miliardario Bruce Wayne (Christian Bale) vive, di fatto, rinchiuso in un’ala della sua sfarzosa abitazione, ormai ritirato ed incapace di riabilitarsi alla vita terrena dopo la scomparsa dell’amata Rachel e la decisione di mettere definitivamente da parte l’immagine di Batman. Ma ecco che dall’apparente nulla emerge Bane (Tom Hardy, doppiato in italiano da Filippo Timi), mercenario reso mostruoso ed invincibile da una maschera antidolorifica nonché intenzionato a fare della Wayne Enterprises un fallimento globale e a trasformare un suo prodotto benefico in arma nucleare. Ridotto Wayne e Batman a pezzi, Bane si innalza a dittatore di una tirannia proletaria e affida l’innesco della bomba nelle mani di un cittadino misterioso. Ma, nella sostanza, chi è davvero Bane? Ma, soprattutto, che significato ha per Wayne, Gotham e il concetto stesso di vita terrena? Ripassate bene i primi due film (soprattutto Batman begins) e preparatevi seriamente, dunque, ad assistere ad un nuovo intreccio estremamente stratificato, in cui mai niente corrisponde effettivamente a ciò che appare (marchio di fabbrica di casa Nolan).

Abbassando i toni e cambiando quasi radicalmente livello, invece, si approda in argentina, paese di origine e divulgazione primaria per Medianeras (regia di Gustavo Taretto alla sua opera prima, con Pilar Lòpez de Ayala, Inés Efron, Carla Peterson, Rafael Ferro), interessante esempio filmico di come realmente le attuali esistenze possano non accorgersi di un reciproco contatto avvenuto in quell’altrove denominato “internet”. La vicenda, infatti, mette a fuoco due protagonisti principali, sostanzialmente vicini di casa ma completamente ignari delle reciproche esistenze limitrofe. Martin è un web designer e il mondo di internet gli ha completamente cambiato la vita se si considera che, in un certo senso, gliel’ha praticamente tolta inchiodandolo a rotazione quotidiana davanti ad uno schermo di pc per creare i suoi siti, giocare ai videogames o fare cybersex e la spesa grazie ad un solo clic. Non si esaurisce in lui, però, il desiderio di vivere la vita, anche se proprio non riesce a rapportarsi con gli esseri umani, preferendo rintanarsi in quello che ormai è il suo rifugio dal mondo. Mariana, invece, è architetto e si guadagna da vivere allestendo vetrine ma senza il minimo sforzo di produrre una qualsivoglia gioia. Entrambi, nella sostanza, sono la pura rappresentazione del mondo attuale: perennemente connessi con il mondo intero ma completamente soli. Entrambi sono, però, convinti che aprire una finestra in un muro cieco delle loro abitazioni possa significare veder risplendere quel raggio di luce di cui hanno bisogno. Consigliabile.

Un’altra importante uscita, però, consiste nel veder arrivare in sala La faida (regia di Joshua Marston, con Tristan Halilaj, Refet Abazi, Ilire Vinca, Zana Hasaj), premiato per la migliore sceneggiatura allo scorso Festival di Berlino per via di un notevole intreccio che, ancora una volta dopo Maria full of grace, riesce bene nell’elevare a fulcro della questione il tema della giovinezza messa in seria difficoltà, se non proprio negata, dalle avverse condizioni sociali. Nik, dunque, ha diciassette anni e frequenta l’ultimo anno di scuole superiori in una piccolissima cittadina albanese. Il suo sogno è quello di aprire un internet point ma, nel frattempo, nutre i primi forti desideri d’amore per una sua coetanea. Ha una sorella, Rudina, quindicenne, che desidera sin da ora di frequentare, in futuro, l’università. Ma il padre, addetto alle consegne di derrate alimentari porta a porta, entra in contrasto con un’altra famiglia per questioni di passaggio di proprietà: lo scontro porterà alla morte di una persona per la quale lo stesso padre viene accusato e, quindi, costretto a fuggire. Sarà Nik a prendere in mano la situazione sforzandosi di mantenere la propria famiglia.

Infine, rientriamo nei nostri confini per sottolineare il potenziale interesse relativo a Tutti i rumori del mare del nostrano esordiente Federico Brugi (con Sebastiano Filocamo, Benn Northover, Mimmo Craig, Orsi Tòth), artefice di una storia tra il noir e il drammatico, incentrata su di un trasportatore di merci e persone per conto di un’organizzazione criminale, che ha però scelto di cancellare ogni traccia del suo passato scegliendo, inoltre, di vivere senza un nome. Arriva, però, il momento in cui l’incarico in questione, per lui, riguarda il trasporto e la consegna di Nora, giovane donna da avviare alla prostituzione, evento che, in un certo senso, lo convincerà a “cambiare strada” per ritrovare quella di casa.

Buona visione.

Stefano Gallone

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