Questa settimana al cinema

Tra fenomeni visivi e fenomeni da baraccone la differenza è sostanziale, specie quando ci si trova di fronte, ad esempio, a un prodotto seriale sul quale ci si interroga più e più volte circa la sua stessa esistenza. Se, dunque, l’esordio sugli schermi ha tutto tranne che qualità e seguito sia promozionale che in termini di effettivo interesse di pubblico, cortesemente, volete essere così gentili da spiegarci per quale strambo motivo produrre e distribuire internazionalmente non solo un secondo capitolo ma addirittura una vera e propria trilogia in (si e no) un anno o poco meno? Ci stiamo esplicitamente riferendo, in sostanza, al terzo capitolo di Diario di una schiappa – Vita da cani (regia di David Bowers, con Zachary Gordon, Robert Capron, Elise Gatien), ennesimo inutile spreco di pellicola al servizio di una storia che sin dalle pagine dell’omonimo libro d’origine (ormai non si inventa veramente più niente di proprio pugno filmico) mostra tutte le sue potenziali baggianate finto-adolescenziali. E dunque, sorbiamoci di nuovo il benedetto sfigato Greg Heffey alle prese, questa volta, con quanto di meno possa giungere al nostro effettivo interesse, vale a dire un insulso e raccapricciante potpourri di sgangherate vicende infantili legate non più all’ambiente scolastico, bensì alle successive vacanze estive. Meglio una pizza con i propri amici.

Da annoverare, invece, almeno nella lista dei potenziali fenomeni visivi non si può non considerare il maestro John Woo, questa volta al fianco di Chao-Bin Su e alle spalle della macchina da presa per La congiura della pietra nera (con Michelle Yeoh, Woo-sung Jung, Barbie Hsu), narrazione avventurosa incentrata sulla fatidica setta di assassini della Pietra oscura, incessantemente alla ricerca di dei resti del principe indiano Bodhi, per trovare i quali spazzano via chiunque e qualunque cosa si ritrovi a volerli ostacolare. Durante una di queste missioni, però, la killer Drizzle trova l’ultimo frammento del principe e lo porta via con sé. Un simile gesto non potrà evitare di vedere l’intera setta scagliarsi, ovviamente, contro di lei per sistemare la malefatta. Ma i vari membri non hanno nemmeno lontanamente immaginato di dover avere a che fare con un effettivo intervento estetico (Face/Off ?) che permette alla stessa killer di mutare drasticamente i propri lineamenti. Interessante, almeno a livello visivo.

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Come interessante, in effetti, potrebbe essere anche il ritorno dietro la macchina da presa di Jim Sheridan, talento tardivo dalla inestimabile capacità di dare vita, sullo schermo, a storie forti e talvolta necessariamente violente per meglio esprimere la propria stessa tragica entità. Reduce da un passato di gloria (soprattutto per quanto riguarda le fortune ricevute da Nel nome del padre), il regista irlandese utilizza il suo nuovo Dream house (con Naomi Watts, Daniel Craig, Rachel Weisz) per esplorare a fondo la matrice thriller attraverso la storia di una coppia, Will e Libby, in cui lui è un editor di successo che, però, decide di lasciare il lavoro per dedicarsi alla famiglia e alla scrittura di un libro, mentre lei è una consorte tanto fedele da accettare una simile scelta e recarsi, dunque, a vivere, assieme al marito e alle due figlie piccole, in una casa situata in una piccola cittadina del New England. Quella che, però, secondo i canoni del genere, sembra essere inizialmente l’abitazione dei sogni si rivelerà presto come il luogo in cui, non molto tempo prima, una madre è stata violentemente uccisa assieme alle sue due bambine. Un certo allarme generale, dunque, sorge nel momento in cui, intorno all’edificio, cominciano a manifestarsi movimenti sospetti. Da testare.

Toccando di nuovo il tema adolescenziale, infine, il campo del mero “teen-movie” continua ad essere coltivato attraverso la produzione di pellicole di incerto gusto come Damsels in distress – Ragazze allo sbando (regia di Whit Stillman, con Megalyn Echikunwoke, Greta Gerwig, Adam Brody), spiattellamento narrativo delle titubanti vicende di un gruppo di ragazze iscritte al college di belle arti che elevano a motivazione esistenziale la necessità prendere sotto la loro ala una nuova studentessa al fine di insegnarle una parte dei loro modi fuorvianti per rendersi tutt’altro che utili alle persone. Tra dinamismo narcisista dei più odiosi e fanatismo chic da puzza sotto al naso, al contempo, la giovane Lily dovrà competere con una serie di sbandate (non si sa come) volontarie in un centro per la prevenzione dei suicidi, fermamente convinte che la musica da ballo (non immaginiamo nemmeno il cattivo gusto), dei bei vestiti e il profumo Dior siano l’antidoto ad ogni forma di autodistruzione (alla faccia dei problemi seri resi motivo di scherno), specie quella derivante da (ingiustificabili) crisi affettive adolescenziali. Fateci la cortesia: non andate a vederlo e, soprattutto, non mandateci i vostri figli.

Buona visione.

Stefano Gallone

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