Questa settimana al cinema

Volete sapere cos’è il rock? Bene: tenetevi eternamente alla larga, dunque, da ciò che fa di un genere diretto, spigliato e senza eccessivi fronzoli da pura propaganda da Mtv e fatiscenti dintorni da puro merchandising. State coscienziosamente lontani, allora, anche da Rock of ages (regia di Adam Shankman, con Paul Giamatti, Alec Baldwin, Julianne Hough, una Mary J Blidge che nulla ha a che vedere con il reale concetto del genere, un facilmente accatastabile Tom Cruise e una Catherine Zeta Jones nelle poco consuete vesti di moralista), mero fenomeno da botteghino che delle preziose colonne sonore che usa (Poison, Def Leppard, Twisted Sisters) ha capito ben poco se non niente. Ad ogni modo, qualora dovesse comunque interessarvi, preparatevi a recepire una sorta di musical lussureggiante (da sciatto e fastidiosamente commerciale pop contemporaneo, altro che rock…) incentrato sulla storia di una ragazza di provincia, Sherrie, e di un ragazzo di città, Drew, che si incontrano sul Sunset Strip mentre provano a realizzare i loro sogni hollywoodiani. Evitate, se potete e, magari, optate per la versione restaurata di The Blues Brothers, il capolavoro cult targato John Landis, Dan Aycroyd e John Belushi: almeno lì, il blues è blues e il soul è soul anche grazie alla presenza di vere leggende (Aretha Franklin, James Brown e Ray Charles su tutte).

Al di fuori del territorio musicale, ci si imbatte nuovamente negli autori di uno degli horror più pubblicizzati ma meno fortunati (come meno fortunato è qualsiasi prodotto che tenti di navigare la scia ormai consolidata ed esaurita dalla macchina a mano della semi-cineverità inaugurata da The Blair Witch project), vale a dire il tanto acclamato (ma scarsamente efficiente) Paranormal activity, qui trapiantato in discorsi di disastro nucleare artefice della nascita di oscure e malefiche presenze in loco. Si tratta, dunque, di Chernobyl diaries – La mutazione (regia di Brad Parker, con Devin Kelley, Jonathan Sadowski, Olivia Dudley), pellicola impegnata a proporre le vicende di sei giovani turisti presi dalla loro particolare scelta di avvalersi di una guida specializzata in “turismo estremo”, dove per estremo si intende il loro desiderio di fare ritorno al nucleo principale del tristemente celebre disastro nucleare. La guida, dunque, ignorando tutti i segnali di pericolo porta il gruppo nei pressi di Pripyat, la città nella quale vivevano i dipendenti della centrale nucleare di Chernobyl e, ora, rimasta disabitata dopo il disastro avvenuto 25 anni prima. Dopo una iniziale esplorazione del posto, però, ovviamente il gruppo scopre di non vagare in completa solitudine.

Un graditissimo ritorno, invece, (dopo un cameo per Woody Allen in Midnight in Paris, la partecipazione anche produttiva a pellicole buone ma poco fortunate e le complesse vicissitudini attraversate dalla sfortuna di aver partecipato ad un film mai concretamente distribuito come Giallo Argento dell’ormai ex maestro Dario Argento, appunto) è quello del bravissimo Adrien Brody davanti l’obiettivo della macchina da presa per Detachment – Il distacco (regia di Tony Kaye, con altre notevoli personalità del settore come, ad esempio, James Caan, Marcia Gay Harden e Lucy Liu). Il film narra tre settimane di vita appartenenti ad un liceo statunitense, all’interno del quale le vite di insegnanti, studenti e delegati vari vengono passate in rassegna dall’acuto sguardo critico di un supplente, Henry Barthes, il cui metodo è quello di impartire ai suoi temporanei studenti un una cultura che possa essere, per loro, di fondamentale importanza. La sua vita, il suo pensiero e la sua stessa posizione, però, verranno messe in discussione nel momento in cui viene attratto da un’adolescente senza tetto che lavora come prostituta. Potenzialmente interessante.

Qualora vogliate, invece, alleggerire l’eventuale peso di un certo impegno, sempre utile alle coscienze collettive, potreste scegliere di pagare un biglietto per Chef (regia di Daniel Cohen, con Jean Reno, Michael Youn, Raphaelle Agogué), potenzialmente simpatica commedia culinaria incentrata sulle vicissitudini di Jacky, giovane amante della buona cucina intenzionato ad aprire un ristorante anche in luce di un suo notevole talento di cuoco. Nel frattempo, però, è costretto a tirare a campare con l’ausilio di lavoretti che non riesce mai a portare a termine o mantenere fino in fondo. L’incontro con Alexandre Lagarde, miglior chef francese nonché suo mito personale, finirà, però, per unire i due al suo di ricette nazionali tradizionali che concederanno loro di iniziare una vera e propria battaglia contro la cucina molecolare per tentare di salvare l’onore, il prestigio e (soprattutto) la gestione del ristorante più famoso di Parigi.

Infine, non sarebbe una cattiva idea passare in rassegna il nuovo prodotto da grande schermo di firma Mia Hansen-Løve, trentunenne regista e sceneggiatrice francese già con, in dotazione, diversi passaggi sul red carpet del Festival del Cinema di Cannes, dove ha anche ricevuto il premio speciale della giuria in favore del suo secondo lungometraggio, Il padre dei miei figli. Questo nuovo Un amore di gioventù, dunque (con Lola Creton, Sebastian Urzendowsky, Magne Brekke), affronta il delicato tema dell’amore tardo adolescenziale, ovvero quello tra una quindicenne (Camille) e un diciannovenne (Sullivan). I due si amano profondamente ma, alla fine dell’estate, Sullivan deve partire per il Sudamerica. I due, nel periodo che li vede separati, si scrivono continuamente ma, quando Sullivan smette di spedire lettere a Camille, la ragazza arriva addirittura a sfiorare il suicidio. Quattro anni dopo, Camille studia architettura all’università e conosce un grande architetto del quale si innamora contribuendo alla formazione di una coppia molto solida. Ma proprio a questo punto, Sullivan fa il suo ritorno.

Buona visione.

Stefano Gallone

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