Questa settimana al cinema

Per alcuni è un genio, per altri un mezzo cialtrone, per qualcuno un mezzo idiota almeno quando gli viene lasciata carta bianca (nei panni dell’Ispettore Gustav per Hugo Cabret, sotto la guida di Martin Scorsese, le possibilità di fuoriuscire dalle righe erano comunque abbastanza scarse). La realtà dei fatti vuole annoverare, però, il comico inglese Sacha Baron Cohen tra i più coraggiosi, a volte socialmente blasfemi e genialmente versatili attori del XX secolo. Per Il dittatore, infatti, Cohen muta nuovamente sembianze e modi d’essere filmici per quella che è la terza collaborazione con il regista Larry Charles, già fortunato ideatore e sceneggiatore di serie televisive come Senfield, qui al rinnovo della irrefrenabile smania di lasciar campo libero al suo amico-collega per un completo sfogo del proprio estro di mattatore da piccolo e grande schermo. Nei panni, stavolta di Haffaz Aladeen, dittatore del Wadiya, un immaginario paese del Nord Africa, l’ex Borat si pone l’obiettivo di raccontare l’ “eroica” storia del di un capo di stato che ha rischiato la vita pur di assicurarsi che la democrazia, nel suo paese, non potesse mai trovare spazio nelle terre che lui stesso ha così “amorevolmente” sottomesso. Ironicamente ispirata dal libro di Saddam Hussein Zabibah and the king, la pellicola mostra come l’ “amorevole” leader partecipi (e vinca) a giochi olimpici, rciti nei nei suoi film, comandi un esercito di belle e sensuali donne o veneri le armi chimiche mantenendo un certo vizio per le pene capitali. Da vero e proprio antidemocratico ed orgogliosamente idiota, però, Haffaz viene invitato dalle Nazioni Unite a dimettersi. Ostinato a mantenere il controllo del proprio paese, però, il dittatore partirà alla volta degli Stati Uniti per “meglio” rispondere delle proprie azioni, finendo per lasciarsi attrarre dalla vita democratica metropolitana.

Su tutt’altra sponda (ma non con minore interesse, anzi) viaggia il nuovo attesissimo lavoro cinematografico del regista e fotografo turco Nuri Bilge Ceylan, già Gran Premio Speciale della Giuria e premio per la miglior regia al Festival di Cannes, rispettivamente con Uzak (2003) e Le tre scimmie (2008). C’era una volta in Anatolia (con Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet Mumtaz taylan), dunque, anch’esso premiato con il Gran Premio speciale della Giuria transalpino nel 2011 (e arrivato in Italia soltanto ora), colpisce nuovamente all’animo dello spettatore per tecnica ed intensità narrativa. Tre automobili effettuano un viaggio notturno alla ricerca di qualcosa di non ben definito e comunque eventualmente situato nella piena oscurità. Ogni albero, ogni collina, ogni frammento di terreno potrebbe essere quello giusto. Ad effettuare il viaggio sono un commissario con i suoi poliziotti, un procuratore e un medico, impegnati ad accompagnare un sospettato alla ricerca del luogo dove avrebbe sepolto un cadavere. La loro escursione, però, sembra essere votata alla totale mancanza di risultato. Alla luce di quello che appare essere, a tutti gli effetti un thriller atipico, una sorta di “poliziesco dell’anima”, Ceylan centra nuovamente l’obiettivo di rendere percettibile interi non detti relativi a vita, morte, omicidi, suicidi, passato e presente usando l’azione centrale unicamente come escamotage per lo sviluppo di un’emotività con pochi precedenti alle spalle.

Esplorando i confini nostrani, invece, ritroviamo sempre con una inossidabile vena di curiosità i romani Manetti Bros (al secolo Antonio Manetti e Marco Manetti, famosi per la fortunata serie televisiva L’ispettore Coliandro con Giampaolo Morelli protagonista), di recente al servizio della (discutibile) fantascienza per L’arrivo di Wang, ora alle prese anche con il genere horror e con la tecnologia tridimensionale per il nuovo Paura 3D (con Peppe Servillo, Lorenzo Pedrotti, Francesca Cuttica), storia di tre ragazzi, Marco, Simone e Ale, amici di vecchia data residenti in un quartiere periferico di Roma dove non accade praticamente mai nulla di particolare. Un giorno, i tre giovani si ritrovano tra le mani le chiavi di una bellissima villa situata fuori città: si tratta della dimora del Marchese Lanzi (cliente dell’officina dove lavora Ale), occupato fuori paese per circa una settimana. I tre ragazzi, allora, non resistono e si tuffano deliberatamente nel lusso della villa senza, paerò, fare preventivamente i conti con oscure presenze provenienti dalla cantina.

Altra pellicola interessante potrebbe, poi, saltar fuori dalla macchina da presa di Ami Canaan Mann, già all’attivo da diversi anni anche sul piccolo schermo ed ora alla ribalta con il suo secondo lungometraggio, Texas Killing Fields – Le paludi della morte (con Sam Worthington, Jeffrey Dean Morgan, Jessica Chastain), storia ispirata a fatti realmente accaduti e, dunque, incentrata su di un detective della omicidi in una cittadina texana, Mike Souder, e sul suo partner, Heigh, appena arrivato dalla vita metropolitana di New York per aiutare il nuovo socio ad intercettare un killer che getta tutti i corpi delle sue vittime in una palude denominata “Killing fields”. Ma mentre sono entrambi sulle sue tracce e quasi arrivano a dei risultati importanti, l’assassino cambia le regole del gioco stuzzicando i due detective e cominciando a lasciare una serie di indizi sulla scena del crimine. L’ultima potenziale vittima è una ragazzina, Anne, per salvare la quale i due detective dovranno intraprendere una vera e propria corsa contro il tempo.

Buona visione.

Stefano Gallone

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