Questa settimana al cinema

Vi chiedevate il motivo di tanta esuberanza nel lanciare sugli schermi di tutto il mondo pellicole (talvolta veri e propri filmacci) incentrate su interi container di supereroi Marvel? Ebbene ecco la risposta: riunirli tutti insieme (almeno in gran parte) sotto lo sfarzoso segno di The avengers (regia di Joss Whedon, con Robert Downey jr, Chris Evans, Mark Ruffalo, Scarlett Johansson) per la gioia da portafogli di una Hollywood sempre più allo sfascio in termini di creatività (intesa come capacità di costruire storie nuove o, quantomeno, nuove modalità narrative che destino un minimo di interesse differente da quello puramente spettacolare). Qualora, dunque, vogliate lasciarvi rintontire dalla solita vagonata di effetti speciali, accomodatevi pure in sala per assistere a nient’altro se non ad una sorta di reunion di personaggi leggendari (c’è Iron Man, c’è l’incredibile Hulk, c’è Thor, c’è Capitan America, eccetera eccetera) al grido di “tutti per uno, uno per tutti” nell’intento di far fronte ad un inatteso e potente nemico che minaccia (ma tu guarda un po’) la tranquillità e la sicurezza dell’intero pianeta (ancora una volta, le produzioni USA fanno della loro terra il punto decisivo delle sorti del mondo: sarà il caso di smetterla, una volta per tutte, con questo vano entusiasmo da puro edonismo?). Fate voi. Ad ogni modo, sono sempre meglio i fumetti.

Sempre viaggiando con la fantasia, ma da un punto di vista molto più interessante riguardo a scopi narrativi, il film d’animazione bidimensionale (non è vero, quindi, che bisogna per forza rendersi digitalmente sfarzosi per interessare a qualcuno) Il castello nel cielo di Hayao Miyazaki (fumettista e animatore Leone d’Oro alla carriera nel 2005, passato agli annali grazie anche al successo di film come La città incantata, Il castello errante di Howl e Ponyo sulla scogliera) attira piacevolmente la nostra attenzione grazie alla storia della giovane Sheeta che, per sfuggire ai pirati dell’aria, precipita da un aereo ma si salva paradossalmente lievitando nell’aria (largo, dunque, a sognanti eccessi di fantasia forse metaforica) e atterrando dolcemente tra le braccia di Pazu, un giovane minatore che non esita a prendersi cura di lei. Ma le ricerche della ragazza proseguono. Motivo: porta al collo una preziosissima e misteriosa pietra. Pian piano, da lei emergono segreti che vanno oltre ciò che l’apparenza sembra indicare: in cielo, esisterebbe un’intera città, Laputa, di cui non è accertata l’esistenza.

Tornando alle recitazioni in carne ed ossa, non sarebbe male segnalare un’interessante opera prima quale è Interno giorno (con una ritrovata Fanny Ardant, Anita Caprioli, Regina Orioli) firmata Tommaso Rossellini, nipote del celeberrimo Roberto e della storica consorte Ingrid Bergman, il quale, malgrado il pesantissimo nome (largo alle varie ipotesi di più o meno marcata raccomandazione) che porta con sé, ha comunque faticato a vedere la luce delle possibilità produttive e distributive di un film che, comunque, si presenta come un notevole e personale spaccato relativo ad una certa visione del mondo dello spettacolo. La diva Maria Torricello, dunque, organizza una serata per celebrare l’uscita del suo nuovo film: si tratta di una cena in casa sua, un ambiente molto sobrio ed elegante. La donna, malgrado l’etichetta di celebrità che porta addosso, porta con sé comunque un consistente bagaglio di fragilità e vicende personali che la spingono, il più delle volte, ad andare alla ricerca dei reali motivi della propria affermazione e, soprattutto, del senso stesso della propria esistenza. Durante la serata, allora, si intrecciano professionalità e vita privata fino a divenire due realtà in netta (e non sempre positiva) sovrapposizione.

Ma l’attesa maggiore, molto probabilmente, è decretata in favore dell’arrivo (come di consueta e tristissima abitudine tutta italiana, solo dopo il consistente interesse dimostrato da critica e pubblico nei confronti del recente e bellissimo Shame) di Hunger, pellicola d’esordio dell’ormai conosciutissimo regista Steve McQueen e inizio di un ottimo sodalizio con il proprio attore feticcio Michael Fassbender (già Coppa Volpi a Venezia per la prova da urlo proprio in Shame), stavolta impegnato nel ruolo del realmente esistito Bobby Sands, impavido attivista nordirlandese (di cittadinanza britannica) passato alla storia per aver scelto di morire in seguito ad uno sciopero della fame condotto con fermezza in segno di estrema protesta contro il governo Thatcher. Il film, dunque (conoscendo, ormai, anche la caratura dei propri artefici), non può non essere duro, crudo, violento e di potentissimo impatto nel tentativo di portare definitivamente alla luce il senso stesso delle idee (proprie come del suo stesso protagonista) con rigore ed estrema decisione. Consigliatissimo.

Altra pellicola di non inferiore interesse, infine, potrebbe essere Maternity blues (con Andrea Osvart, Monica Barladeanu, Chiara Martegiani) del nostrano Fabrizio Cattani, già vincitore del Premio Tonino Guerra proprio grazie alla sceneggiatura del medesimo lungometraggio. Toccando, dunque, il difficilissimo tema dell’infanticidio, il film passa in rassegna la psicologia di quattro donne diverse tra loro ma legate proprio da questo crudele reato. Trascorrono, così, insieme il tempo nel tentativo di scontare una pena ed una condanna principalmente interiore, vale a dire il profondo senso di colpa per un gesto che ha compromesso le loro stesse esistenze. Una convivenza forzata, allora, può anche generare legami che sfociano in aperte e dolorose confessioni mai del tutto consolatorie eppure capaci di far trasparire anche un velo di “colpevole” innocenza.

Buona visione.

Stefano Gallone

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