Questa settimana al cinema

Avevamo già felicemente avuto modo di assaggiarlo, fuori concorso, come opera di apertura della scorsa edizione del Festival del Film di Roma presso la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium capitolino ed ora, finalmente, è possibile per ogni comune mortale godere dell’ultima fatica cinematografica di Luc Besson, vale a dire The lady (con Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Martin John King), “biopic” su uno dei personaggi (soprattutto femminili) più importanti in assoluto della storia contemporanea, Aung San Suu Kyi, nota attivista pacifista birmana, premio Nobel per la pace nel 1991 e soprannominata “orchidea d’acciaio” proprio per la sua rigida fermezza antimilitaresca, carattere e comportamento che l’ha già consegnata alla storia assieme alla sua innaturale capacità di rinunciare alla propria famiglia e, in sostanza, alla propria stessa personale esistenza pur di servire la giusta causa del suo oppresso popolo. Attraverso, dunque, una narrazione impeccabile e uno stile di regia, si, consolidato ma, in questo caso, a completo servizio del suo personaggio prediletto, Besson sviluppa la sua importante pellicola a partire dall’uccisione del generale Aung San, padre dell’attivista e leader della lotta indipendentista birmana, per poi passare in rassegna le fasi salienti e fondamentali della vita della protagonista, dal suo essersi stabilita in Inghilterra dopo aver sposato il professor Michael Aris al suo ritrovarsi al centro dell’attenzione nei momenti di insurrezione della propria popolazione. Di qui, i venti lunghissimi anni che hanno segnato la sua esistenza (e quella dei propri simili) tra arresti domiciliari e libertà personali sempre in bilico tra decisioni politiche e titubanze nel gestire i propri affetti personali. Ai limiti dell’ìmperdibile.

Come imperdibile è, però, soprattutto l’altro importante prodotto della kermesse, ovvero Cosa piove dal cielo? (Un cuento chino), pellicola che è valsa la vittoria del Marc’Aurelio come miglior film per il bravo regista e sceneggiatore Sebastian Borenzstein. Un film molto importante, dunque, soprattutto perché dietro la splendida cornice da pura, sincera e delicatissima semi-commedia si annidano fantasmi storico-sociali a dir poco impossibili da scacciare a primo tentativo. Roberto, dunque (Ricardo Darin, già conosciuto anche in Europa per essere stato protagonista di Il segreto dei suoi occhi, premio Oscar nel 2010 come miglior film straniero), è un introverso e, a tratti, scontroso proprietario di un negozio di ferramenta a Buenos Aires. Da circa venti lunghi anni, vive praticamente senza stretti contatti con qualunque cosa appartenga al mondo esterno. Ma un giorno, per puro caso, conosce Jun (un ragazzo cinese appena atterrato in Argentina ma che non conosce una parola di spagnolo) perché gli piomba letteralmente fra le braccia una volta scaraventato fuori da un’auto in corsa. Roberto, allora, comunque dotato di un latente spirito di fratellanza, cerca di aiutarlo a ritrovare i propri parenti ma, senza aver ottenuto alcun risultato, si ritrova costretto ad ospitarlo in casa. La situazione, allora, porterà il protagonista a rivalutare i propri rapporti con l’esterno ma, soprattutto, a fare i conti con un terribile passato personale (strettamente legato alla storia del proprio paese) mai del tutto esorcizzato. Obbligatorio.

Considerando, poi, il sempre e comunque vivo cinema italiano, fa forse eccezione alle spiccate qualità di lavori recenti e ben più degni di nota l’indecisa (seppur osannata) commedia È nata una star? (di Lucio Pellegrini, con Rocco Papaleo, Luciana Littizzetto, Gisella Burinato, Michela Cescon), poco utile storia di una coppia di genitori che si ritrova, da un giorno all’altro, un film porno nella buca delle lettere. Resterebbe solo un bizzarro equivoco o scambio di identità, se non fosse che il protagonista dello stesso film è il figlio diciannovenne. Un rapido passaggio in rassegna del prodotto, però, pur non rivelando eventuali doti recitative del ragazzo, sottolinea comunque ben altre doti, sicuramente di natura non prettamente artistica. Scioccati dal contesto che si viene a creare, i due coniugi cominciano a porsi una serie di interrogativi che li porteranno, per forza di cose, a rivalutare completamente la figura di quel ragazzino che, fino a poco tempo prima, avevano conosciuto come imbranato e completamente privo di talento, finendo per trovarsi in casa, invece, una vera e propria pornostar.

Guardandoci bene dal gonfiare il già tutt’altro che piangente portafoglio da pura americanata tralasciando spocchiosi esempi di spreco intergenerazionale come l’inutile (ma notevolmente tecnico) sequel di Ghost rider (Spirito di vendetta, di Mark Neveldine e Brian Taylor, con Nicholas Cage, Johnny Withworth, Ciaràn Hinds e la nostrana Violante Placido), a braccetto con l’inconsistenza di commediole da mera promiscuità come Take me tonight (di Michael Dowse, con Topher Grace, Anna Faris, Dan Fogler), male forse non faremmo, infine, a tentare l’approccio (anche se rischiando un radicale dissenso da contrarietà argomentativa) con 17 ragazze (di Delphine e Muriel Coulin, con Louise Grinberg, Juliette Darche, Roxane Duran), ambigua pellicola francese vietata ai minori di 14 anni e ambientata in un piccolo centro della Bretagna, nei pressi del quale la liceale Camille, rimasta incinta, finisce addirittura per diventare un modello e un esempio per le proprie compagne di scuola. Diciassette ragazze dello stesso istituto, al contempo, sono fermamente decise a fare a meno di chiunque, a partire dai genitori per arrivare ai rispettivi partner. Le ragazze, dunque, decidono di avere un figlio e di crescerlo aiutandosi tra loro in modi diversi dalle abitudini civilmente consolidate. La gravidanza delle diciassette minorenni procede, dunque, lasciando interdette le autorità scolastiche che faticano a trovare una ragione o una potenzialmente plausibile spiegazione.

Buona visione.

Stefano Gallone

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