Questa settimana al cinema

Il cinema è italiano è agonizzante. In crisi. Come in crisi, ovviamente, è un intero sistema sociale, civile, politico, economico. Ma la crisi più profonda è, forse, quella delle coscienze che popolano questo paese ormai alla frutta a livello culturale (e non solo). Per non estendere il discorso verso ambiti che, altrimenti, ci porterebbero troppo fuori tema (e che rimettiamo nelle mani dei diretti interessati), ci limitiamo ad osservare il settore del grande schermo nostrano un po’ più da vicino. Possibile mai, allora, che, nonostante tutta la sconfinata storia alle sue spalle, il cinema italiano di qualità si limiti ad essere riassunto si e no in due o tre nomi (Sorrentino? Molaioli? Crialese?) seppur illustri e degni del successo che hanno avuto e continuano ad avere? Si direbbe che tutto ciò non sia poi così giusto, soprattutto dal momento che questo benedettissimo “underground” fatto di festival minori, registi e sceneggiatori in erba con un talento assolutamente non indifferente, proprio non ce la fa ad essere avvicinato da certi signori produttori dello stivale (anche e soprattutto quelli che si dicono qualitativamente indipendenti o giù di lì), evidentemente troppo allergici alle polveri da inarrestabile funzionamento di un marchingegno talmente colmo e denso di idee nuove, propositive e spesso anche geniali da non essere considerato all’altezza per quanto riguarda il suo potenziale catapultarsi nell’ “industria” cinematografica. Pur commercialmente parlando, i signori produttori, da buoni imprenditori, certamente sapranno che un’industria, ogni tanto, deve rinnovare il personale così come soprattutto i propri prodotti. Ma non solo in nomi nuovi: fondamentalmente in idee nuove. Esse non mancano affatto, contrariamente a quanto, da bravi ciarlatani, si continua a sostenere con dedizione a poltrone troppo comode per essere cedute al prossimo più giovane, volenteroso e, soprattutto, intelligente e preparato anche da un certo punto di vista culturale.

E allora, giunto Natale, tradizione vuole (ahimè) che le sale cinematografiche italiane vengano infestate dai virus del solito cinepanettone rozzo, volgare, scritto e diretto male, recitato peggio e buono solo a dimostrare che tutta questa crisi economica, il cinema italiano, evidentemente non la sente se crede di dover dare ancora sfogo a roiti e scoregge da quoziente intellettivo inferiore a 80. Insomma, i soldi ci sono ma sono sempre stati spesi nel peggiore dei modi. Lo sa Neri Parenti (che l’unico film un minimo decente lo ha girato nel lontano 1980: Fantozzi contro tutti) nel suo dare completo sfogo, per questo maledettissimo Vacanze di Natale a Cortina (e certo, ci si trovasse mai a Mondragone), a soggetti preoccupanti come il solito (e basta…) Christian De Sica (che male non farebbe a ritirarsi dallo spettacolo per meglio onorare il padre), Sabrina Ferilli (evidentemente i sofà non pagano), Max Tortora (meglio nelle imitazioni di Califano e Amadeus), Renato Balestra (no comment), Alfonso Signorini (no comment), Simona Ventura (no comment), Patrizia e Giada de Blank (orrore), Emanuele Filiberto (pietà). Risultato? Un sonoro calcio in culo alla dignità del cinema come settima arte nonché una totale mancanza di rispetto nei confronti di storie e vite umane che nulla hanno a che fare con il perenne sfarzo elogiato da porcherie del genere, poiché riferibili solo a poche e tristemente conosciute unità.

Ma c’è di più: anche il dottor Leonardo Pieraccioni, che di film bello (anzi accettabile) ne ha fatto, in vita sua, uno e uno solo, vale a dire I laureati, nel non vicinissimo 1995, si è sentito in dovere di dividersi nuovamente tra il di dietro e il davanti della macchina da presa per sfornare l’inutile Finalmente la felicità (dove pure il bravo Rocco Papaleo viene stuprato a suon di stipendio), storia (si fa per dire) di un professore di Lucca che, ospite alla trasmissione di Maria De Filippi (una soluzione migliore no?) C’è posta per te scopre che la mamma morta aveva adottato una bambina brasiliana ora diventata grande e sessualmente appetibile al buon uomo.

Morale della favola: si togliessero dai piedi tutti questi imbecilli, il cinema italiano li ringrazierà di cuore.

Se volete invece provare a divertirvi un pochino senza per forza incazzarvi per le stronzate dette e ridette in obbrobri di questo tipo, potete pagare un biglietto per Sherlock Holmes – Gioco di ombre, un po’ perché il regista è, ancora una volta, un certo Guy Ritchie (uno che è stato capace di far recitare bene anche un mezzo cane come Jason Statham in Snatch o nel conturbante Revolver), un po’ perchè il cast (Robert Downew Jr, Jude Law e il Marc’Aurelio come miglior attrice Noomi Rapace) ben rappresenta la storia del popolarissimo detective qui alle prese con un nuovo criminale di uguale intelligenza ma predisposto al male in maniera irreversibile. Quando il Principe d’Austria viene trovato morto, tutte le prove raccolte indicano il suicidio come la causa principale. Ma il buon detective sa che si tratta di una copertura e si avvia a raccogliere tutti i pezzi di un puzzle di proporzioni ben più grandi e complesse.

Un pari divertimento, anche se ancora più scanzonato, lo offre lo “spin-off” di Shrek, ovvero l’amatissimo Il gatto con gli stivali (regia di Chris Miller, voce instancabile di Antonio Banderas, affiancato al doppiaggio anche da gente come Salma Hayek e Billy Bob Thornton), ormai ufficialmente il personaggio secondario più amato della più fortunata serie di pellicole d’animazione. Vedremo, dunque, l’eroico micione compiere i primi passi in una sorta di prequel che ne evidenzia le origini sia coraggiose che romantiche attraverso avventure al limite dell’assurdo comico.

Sarà pure Natale ma riflettere non fa mai male nemmeno in punto di morte. L’interessantissimo Le idi di marzo (con Ryan Gosling, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Marisa Tomei) segna, infatti, il ritorno alla regia del divo George Clooney, il quale sarà pure al centro di gossip e schifose smancerie varie, ma quando ha in mano un set e una macchina da presa sceglie sempre di dire qualcosa di importante. In concorso all’ultimo Festival del Cinema di Venezia, in questo caso la narrazione è incentrata su un giovane guru della comunicazione impegnato per la campagna elettorale per le primarie presidenziali del Partito Democratico degli Stati Uniti. Il candidato sostenuto parte svantaggiato ma è forte di un appeal dovuto al suo continuo riferirsi ai valori più profondi della Costituzione americana visti in chiave contemporanea. Ma la sua reale anima verrà pian piano ad essere spogliata di maschere e travestimenti che ne evidenzieranno una mancanza di coerenza con le proprie modalità di espressione.

Buona visione.

Stefano Gallone

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