Quello che manca alla Sanità italiana: intervista al giornalista e scrittore Mario Pappagallo

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Mario Pappagallo

Milano - Nome: Mario. Cognome: Pappagallo. Giornalista medico-scientifico, caposervizio della cronaca nazionale del Corriere della Sera, consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, da molti anni continua ad occuparsi del tema della comunicazione medico-scientifica attraverso libri, conferenze e blook (libri sotto forma di blog).

Spaziando dalle problematiche relative alle terapie del dolore (trattate nel libro Contro il dolore. I nuovi strumenti della medicina per non soffrire inutilmente: una battaglia civile, scritto in collaborazione con il fratello neurochirurgo Marco Pappagallo), al modello di sanità “patient-centered”, trattato nel libro scritto con Umberto Veronesi Una carezza per guarire: la nuova medicina tra scienza e coscienza, nel 2008 ha ottenuto la prestigiosa August and Marie Krogh Medal, riconoscimento creato dalla stessa azienda farmaceutica promotrice del Novo Nordisk Media Prize, di cui Pappagallo è stato il primo italiano a vincerne il titolo nel 2009, per l’eccellenza della comunicazione e dell’informazione sul diabete.

Preparazione medico-scientifica, talento giornalistico e linguaggio adatto a tutti l’hanno portato ad essere un punto di riferimento nel panorama giornalistico medico-scientifico, tanto da farlo entrare nella sezione sui nuovi linguaggi dell’antologia “Il Novecento” (curata da Pier Vincenzo Mengaldo), insieme a Gianni Brera per lo sport.

Spirito critico ed etica della comunicazione l’hanno condotto a siglare importanti pagine giornalistiche della storia italiana, come l’inchiesta sul caso Poggiolini (il “Re Mida della Sanità” o il “Boss della Malasanità”), seguita da Pappagallo per Il Corriere della Sera e L’Europeo nel 1992-1993 e l’inchiesta nelle Facoltà di Medicina delle università italiane negli anni Ottanta, che ha portato alla modifica del curriculum degli studi accademici (Tabella XVIII).

Con grande disponibilità e gentilezza, Mario Pappagallo ha deciso di concederci un’approfondita intervista a tutto tondo sul mondo del giornalismo scientifico e sulla comunicazione in medicina, dandoci un’idea più chiara sul flusso della comunicazione scientifica e sul panorama sanitario italiano.

Data l’importanza dell’argomento trattato, abbiamo deciso di riportare l’intervista integrale, suddividendola però in due parti, per esigenze di spazio: la seconda parte verrà pubblicata nel corso della prossima settimana.

La comunicazione in medicina è un problema tuttora attivo: colpa dei medici o dei pazienti?


Potremmo dire che il medico ha capito in ritardo che il flusso delle informazioni era cambiato, nel senso che siamo passati da una struttura baronale ad un sistema più “democratico” all’interno della cultura medica, ma senza che il medico se ne sia realmente accorto.
Facciamo un passo indietro: com’era la situazione un tempo? Il medico giocava molto sull’esoterismo e sul potere taumaturgico della parola: si utilizzavano paroloni incomprensibili per dare lustro al medico e non far capire molto di quello che veniva detto. Questo almeno per quanto riguardava i baroni del tempo.
Poi c’era il medico più umano, il cosiddetto “medico condotto”, che lavorava nelle campagne: a differenza del barone, tipico prototipo di medico che prendeva soldi in base all’incomprensibilità del suo linguaggio da setta, (poichè veniva capito solamente dagli altri medici, ma non dai pazienti), dall’altro lato c’era invece il medico condotto che era sì comprensibile, ma aveva l’importante compito di riuscire ad avere la fiducia dei suoi pazienti, perché non c’era la possibilità di trasferirli in ospedale o di utilizzare i potenti mezzi tecnologici attuali per poterli visitare.
Quindi doveva curare la persona lì sul posto: era un vero e proprio medico completo e, quello che era fattibile, lo faceva lui stesso; poi, in caso di bisogno e, ovviamente, valutando anche le possibilità economiche del paziente, allora lo mandava dal grande barone per fare un consulto.
Il medico condotto di allora era una figura positiva e oggi dovrebbe tornare in voga, ma, nella maggior parte dei casi, il medico di famiglia dei giorni nostri è diventato un burocrate.

Perché questo peggioramento?

Tanti sono i motivi del peggioramento del rapporto medico-paziente: l’evoluzione tecnologica ha sicuramente contribuito molto, poiché alcuni medici, che magari già di per sé sono incapace di comunicare, a volte si trovano loro stessi in difficoltà nello star dietro all’evoluzione tecnologica.
Dall’altra parte, come ti dicevo prima, il medico di famiglia è diventato sempre più burocrate-prescrittore, venendo meno al suo ruolo di comunicatore e questo ha sicuramente influito sulla perdita di fiducia nel medico, facendo avvicinare la popolazione ad altri mezzi di informazione, come i giornali e il web.
Molti pazienti hanno così incominciato ad arrivare dal proprio medico portando articoli di giornale, ritagliati qui e là, e questo ha portato ad uno scollamento nel rapporto medico-paziente, con conseguente perdita di fiducia nei confronti della struttura sanitaria: in sostanza, il paziente pensa che il suo medico debba essere sempre aggiornato sulle ultime scoperte scientifiche, ma spesso il medico non riesce a star dietro a tutto, perché non ha avuto il tempo di leggere il giornale.

Su questo argomento, è necessario aprire una piccola parentesi: noi giornali abbiamo un circuito interno, attraverso il quale arriviamo alla notizia prima degli altri. Per intenderci, se oggi mi arriva un’informazione relativa ad una certa scoperta scientifica, io che cosa faccio? Verifico immediatamente che le fonti siano attendibili e la pubblico subito il giorno dopo, mentre magari sul Lancet o sul New England Journal of Medicine uscirà tra una settimana. Quindi, il medico a volte non ha letto il lavoro scientifico, proprio perché non è ancora uscito sulle riviste specializzate.
L’altro grande problema di comunicazione nasce a livello della struttura pubblica, nei Policlinici per esempio, dove, una decina di anni fa, si è incominciato a diffondere un certo atteggiamento di arroganza nei confronti dei pazienti: li si tratta con scarsa attenzione non dico nei confronti delle loro patologie, ma riguardo i loro problemi non clinici, quindi alberghieri, gestionali, logistici. Insomma, il paziente ha incominciato a non sentirsi più al centro dell’attenzione, paradossalmente proprio in quei luoghi che si reggono in piedi grazie alla sua presenza.
Il paziente deve essere curato, ma anche assistito e, soprattutto, non deve essere soggetto ad una specie di sudditanza psicologica che lo porta a non lamentarsi, perché ha paura che la struttura lo tratti male.
Questo meccanismo non è corretto e soprattutto manca totalmente di comunicazione.

Tutta colpa della mancanza di tempo?

Ci sono molteplici fattori, come la fretta e l’incapacità di comunicare, che, tra l’altro, non c’è nemmeno nel consenso informato, il quale deve essere firmato per legge. Molto spesso però non viene capito dal paziente, dal momento che non viene nemmeno spiegato. Ovviamente, il panorama è composito: non tutto è così, infatti di medici bravi e corretti, in giro, ce ne sono tanti.
Bisognerebbe studiare un modo per rendere questo consenso, oltre che informato, anche comprensibile, se non per iscritto, almeno a parole, nel momento in cui il medico lo deve spiegare al paziente. E qui, chiaramente, subentra la capacità di comunicare del singolo medico.
Oltre a ciò, oggi un medico non riesce più a fare una diagnosi senza l’utilizzo di esami o macchine e deve aspettare i risultati degli stessi: un tempo c’era più dialogo, più contatto col paziente, mentre oggi il distacco medico-paziente si vede anche da queste piccole cose. Questa, perlomeno, era la situazione fino a cinque anni fa circa.
Che cosa succederebbe se si riuscisse a riequilibrare la situazione? Si abbatterebbero i costi della malasanità, perché verrebbero a ridursi considerevolmente le denunce. E questo porterebbe grandi vantaggi a tutti.

Quali sono state le conseguenze del distacco medico-paziente?

Un aumento delle denunce per malasanità che, per un buon 70-80 %, vengono poi giustamente archiviate, un’altra parte arriva alla condanna o all’assoluzione e una terza viene chiusa prima, perché si arriva al patteggiamento.
Ma, alla base della maggior parte delle denunce, ci sono delle incomprensioni o un voler far pagare l’arroganza della struttura sanitaria nei confronti del paziente stesso; oppure una mancanza di interesse da parte del medico, che essendo troppo impegnato, non ha tempo di parlare coi parenti del paziente e decide di mandare un infermiere al suo posto: questo non perché stia perdendo tempo, però, ma perché è troppo impegnato.

Ecco perché le fonti di informazione a cui attingono i pazienti hanno subito un notevole cambiamento.

I dati parlano chiaro: secondo l’Eurispes, dal 2000 ad oggi, la fonte di informazioni non è più il medico condotto, che è sceso a meno del 50 %, ma sono i media e soprattutto il web, oltre che il passaparola.
Un tempo la gente non si fidava molto del web, mentre oggi la situazione è cambiata e si corrono dei rischi: il problema della rete è che non è controllata, neanche dai giornali, dato che l’editore grosso si preoccupa di avere degli esperti anche sul web, ma quelli più piccoli, che sono la maggioranza, no. Quindi per tanti siti attendibili che ci sono in giro, ne esistono altrettanti spazzatura. E, oltre a questo, spesso chi scrive la notizia sul web, oltre a non essere un esperto del settore, usa la tecnica del “copia-incolla”.
Per intenderci, circa 17 milioni di italiani prendono informazioni dal web, dai social network o dall’amico/a, innanzitutto perché diffidano della struttura sanitaria e del medico.
Quando i pazienti si presentano dal medico con i ritagli di giornale, per il medico diventa difficile contestarli tutti: oltre ad essere preparato, deve essere molto comunicativo e sapersi destreggiare abilmente con le parole, dal momento che deve riuscire a spiegare tutto al paziente, senza fargli perdere fiducia nella figura del medico.

Come far fronte a questa situazione?

Recentemente, si è assistito ad un nuovo assetto nelle università italiane, in quanto alcuni atenei hanno introdotto il corso di “Comunicazione in medicina”: a mio parere, questo tipo di corso dovrebbe essere integrato con la figura di un giornalista, in grado di spiegare come funziona il flusso di informazioni o, comunque, capace di illustrare quale sia il modo più adatto per esprimersi.
E dovrebbe essere un giornalista di un quotidiano, perché ha a che fare tutti i giorni con le parole e con la mancanza di tempo per scriverle.
Mi spiego meglio: se una notizia ti arriva alle otto di sera e hai solamente due ore per scriverla, in quel lasso di tempo devi riuscire a trovare telefonicamente le fonti per avere la conferma della notizia, quindi, magari, alla fine ti rimane solamente mezz’ora per scrivere il tuo articolo. Ma tu devi farcela, anche perché gli altri giornali, il giorno dopo, quella notizia ce l’avranno comunque.
Non hai tempo uno, due, tre giorni per scrivere un buon articolo: lo devi comporre in breve tempo, spesso in serata, senza orari precisi. Inoltre, devi essere preparato e saperti destreggiare sui vari siti da cui trarre informazioni corrette, riuscendo innanzitutto a capirle tu stesso e, magari, trovando anche uno specialista che ti dia un’analisi più completa della notizia. Questo è quello che succede prima dell’uscita di un articolo, nella catena di montaggio di un quotidiano.

(Il seguito dell’intervista verrà pubblicato nel corso della prossima settimana: continuate a seguirci).

Nadia Galliano

Foto | via www.trackback.it; http://commons.wikimedia.org;

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