Quel muro chiamato Inter

L’Inter vola a Madrid. Affronterà in finale il Bayern Monaco

di Alessio Tedde 

Josè Mourinho

È il 79° di una partita epica, presentata alla vigilia come lo scontro fra chi ha l’ossessione  di vincere e chi, invece, sogna di vincere: è la semifinale del torneo continentale per eccellenza. Mancano 10 minuti ed eventuale recupero alla fine della gara fra i campioni del Mondo e  i campioni dello Stivale,  in uno stadio colmo all’inverosimile ma con un brusio soffocante di sottofondo che man mano si fa sempre più cupo. Sembra addirittura di riuscire a sentire  in presa diretta le direttive di Mourinho. Mancano solo 10 minuti alla fine ed ecco quello che sembrerebbe il “patatrac”, il crollo del muro di sostegno, come se il Camp Nou non reggesse il peso di tutte quelle persone oramai rassegnate  al brutto destino della propria squadra, assente nella serata più importante, quella della “remontada”.

Cross di Messi, per un giorno non messia, e colpo di testa del neo entrato Bojan. Siamo all’80° e assistiamo al primo tiro pericoloso della squadra dei marziani verso la porta dei poveri italiani ricchi. Lucio porta le mani in testa in segno di spavento. Sembra la crepa definitiva di un muro che sta per sgretolarsi. Il colpo di testa del giovane Bojan esce fuori ma i 90 mila più undici del Camp Nou cominciano a crederci. La folla rischiara le ugole, preme, comincia a saltellare e quel muro eretto 80 minuti prima comincia a vacillare. È l’inizio dei 15 minuti più lunghi per Moratti e per tutti quei tifosi nerazzuri che aspettano da 38 anni una finale. Molti non erano nati, in quel lontano 72,  quando  Facchetti e compagni si giocarono la finale della Coppa Campioni a Rotterdam. Ma non importa. In questi ultimi dieci minuti non c’è spazio per il passato, non c’è spazio per i ricordi sbiaditi: c’è solo da cominciare a sorreggere tutti insieme, idealmente, quel muro vacillante.

Samuel Eto'o in contrasto

Passano due minuti e sul muro si apre la prima falla che arriva proprio come una “piquetata”. Sembra l’inizio del crollo. Gli operai dell’Inter  sembrano interrogarsi sull’accaduto, il peso della struttura continua ad aumentare. Ma ecco l’intervento dell’ingegnere portoghese che non esita a togliere le due colonne esterne indebolite dal duro lavoro di sostegno sulle fasce, compito a cui non sono abituate. Fuori Milito ed Eto’o, dentro Cordoba e Mariga.  La gara cambia, l’arbitro sembra assuefatto  dall’effetto  Camp Nou e, dopo aver sventolato il rosso diretto a Motta nel primo tempo,  reo di aver accarezzato irregolarmente il cascatore Pedro, convalida la rete in palese fuorigioco. Ai 90 mila più undici si aggiungono un dodicesimo  e un tredicesimo elemento: De Bleckere e il suo assistente. I minuti passano sempre più lenti e il terreno di gioco, regolarmente già più vasto del normale, si rimpicciolisce: sembra di assistere ad un incontro di palla a mano in cui tutti i giocatori blaugrana assediano l’area avversaria. Triangolazioni strette, dai e vai e passaggi filtranti. Tutti si muovono, tutti si smarcano, tutti picchettano ma il muro resiste. Gol annullato, tiri dalla distanza e i minuti passano. Quelli di recupero sono 4. Mourinho incita i suoi insistentemente, quasi entra in campo e contrasta i giocatori avversari che invadono il suo recinto di competenza. Moratti, in trans, parla nervosamente con Laporta (pariruolo avversario) da una parte, mentre dall’altra sembra materializzarsi la figura di papà Angelo con le lacrime agli occhi. In campo si assiste agli ultimi assalti, tiro di Xavi e sontuoso Julio Cesar. È il 95°. De Bleckere e i giocatori del Barca non hanno abbastanza polvere da sparo per far saltare il muro. Fischio finale.

La folla nerazzurra è incredula. La classe operaia dell’Inter trionfa con il suo comandante. Si festeggia, si piange. Al Camp Nou i tifosi di casa cominciano a sfollare. Il peso dello stadio è leggerissimo ed è ormai certo che non ci sarà crollo, a meno che le infiltrazioni di acqua provocate dagli idranti che bagnano le colonne non provochino un cedimento post-evento. E adesso tutti a Madrid, dove per forza di cose al muro nudo e crudo dovrà essere aggiunto un tocco di fantasia architettonica. Partita secca, finale da vincere a tutti i costi per costruire un sogno chiamato Champions.

 

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