Quel ddl per punire i giudici che rievoca il referendum ‘87

Berlusconi

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi

Roma – Doveva accadere: l’inchiesta sul presunto giro di prostituzione intorno alla figura del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha riacceso la questione della legge sulle intercettazioni.

Lo scorso 28 ottobre 2010, l’avvocato Luigi Vitali, deputato Pdl firmò, insieme ad altri 28 parlamentari un disegno di legge per sanzionare i magistrati che abusano delle intercettazioni e risarcire le vittime. Allora il ddl era passato sotto silenzio. Ora – neppure a dirlo – è stato rispolverato dall’anticamera istituzionale. Il disegno in sintesi è il seguente:

Chi – La legge propone di punire con provvedimenti disciplinari i pm che utilizzano lo strumento delle intercettazioni se privi della competenza per farlo. Stessi interventi se i controlli telefonici vengono usati per reperire “notizie di reato” anziché prove per avallare “l’ipotesi di reato”.

Quando – La legge andrebbe attuata in tutti quei casi in cui l’inchiesta avviata nella persona dell’indagato e di terzi si concludesse con l’archiviazione, l’assoluzione o il non luogo a procedere.

Come – Vitali propone un indennizzo statale ai cittadini intercettati la cui cifra potrebbe arrivare fino a 100.000 euro. Inoltre, il risarcimento potrebbe essere richiesto anche retroattivamente:  da 2 anni dopo l’archiviazione del procedimento fino a un massimo di 5 anni addietro.

Insomma, riprendendo un concetto di Guido Ruotolo, giornalista de La Stampa, se il ddl fosse in vigore i pubblici ministeri Ilda Boccassini, Pietro Forno e Antonio Sangermano, i magistrati che hanno avanzato l’istanza di indagine nei confronti del presidente del Consiglio, potrebbero essere sottoposti a misure disciplinari per abuso d’ufficio.

Potrebbero ma così non è e, a giudicare dalla freddezza con la quale la proposta Vitali è stata accolta dalla stessa maggioranza in queste ore, è prevedibile che ricadrà in quel dimenticatoio dal quale è stata riesumata.

Perché – Le ragioni sono molte a partire da quelle economiche. Il risarcimento in denaro per gli ascoltati sarebbe deleterio per le casse nazionali, proprio a causa del largo uso che la magistratura fa delle intercettazioni. Una vena aperta che dissanguerebbe il Tesoro e provocherebbe lo scontento del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e dunque di tutta la Lega Nord.

Poi, ci sono le ragioni politiche. Malgrado, Silvio Berlusconi non veda l’ora di restituire la pariglia a quei pm che lo braccano da 17 anni, non è un ingenuo. Sa che parlare di una legge sulle sanzioni per i magistrati rievocherebbe uno scomodo precedente per tutte le parti in causa.

Nel 1987 i Radicali, il Partito liberale italiano e i Partito socialista del mentore di Silvio, Bettino Craxi, proposero un referendum il cui tema non è dissimile da quello avanzato da Vitali. Si trattava di 3 richieste sulla responsabilità civile e materiale dei magistrati, l’abolizione delle Commissione inquirente per i reati compiuti da ministri e un diverso sistema elettorale per il Consiglio superiore della magistratura (Csm). Tra i firmatari delle mozioni c’era anche Enzo Tortora, un uomo che non dubitava dell’esistenza della persecuzione giudiziaria da parte di certe toghe perché l’aveva sperimentata personalmente.

Come finirono i referendum è storia vecchia: la domanda sulla revisione del Csm venne definita inammissibile dalla Corte Costituzionale. Gli altri 2 quesiti passarono a larga maggioranza con circa l’80% dei consensi. Il che produsse un unico risultato: il veto popolare venne quasi integralmente messo in un cassetto e dimenticato perché ledeva l’impunità delle 2 caste: magistratura e politica.  A ben guardare furono solo 2 gli effetti del referendum: la responsabilità dei magistrati venne applicata con la legge Vassalli che spostava il risarcimento dai pm allo Stato. Per i reati di politici, invece, venne introdotto l’art. 1/ n.1 del gennaio 1989 che sanciva la fine la della Commissione inquirente per i ministri al fine di sostituirla con la via

csm

Consiglio superiore della Magistratura (Csm), palazzo Marescialli

giudiziaria ordinaria filtrata, però, dall’organo del Tribunale dei ministri, giusto lo strumento al quale i legali di Berlusconi attribuiscono la competenza per il caso Rubygate.
Da ieri a oggi – L’inchiesta della Boccassini & Co. con la domanda di rito immediato per il Cav. sembra voler riformulare la legge dell’89 saltando l’organo di competenza ministeriale. Inevitabile che il Pdl risponda risfoderando l’arma della pena personale per gli inquirenti che abusano del proprio potere. A ben guardare pare che la domanda implicita dietro il ddl Vitali sia questa: “l’accanimento contro Berlusconi vale tanto da ridiscutere le formule legislative applicate dall’88 in poi?”. Spetterà ora alla magistratura e, in particolare, alla Procura di Milano dare una risposta…Vedremo cosa accadrà…

Chantal Cresta


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