Quale dialogo è possibile con Hamas?

Dopo la vicenda sulla Marmara si parla di un nuovo atteggiamento da assumere nei confronti del governo eletto di Gaza, un governo di terroristi

di Chantal Cresta

Louise Arbour

Louise Arbour, ex Commissario alle Nazioni Unite per i Diritti Umani

Bello l’articolo di Louise Arbour, ex Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, apparso su La Repubblica lo scorso 3 giugno. Il pezzo prendeva in esame le varie responsabilità internazionali intorno alla vicenda occorsa pochi giorni fa sulla nave Mavi Marmara fermata, in acque internazionali, dall’esercito israeliano che era parte della spedizione Freedom Flotilla e luogo di uno scontro tra attivisti turchi e soldati.

Il pezzo suggerisce l’impossibilità del permanere di una politica israeliana, supportata dalla Comunità internazionale, che preveda il tentativo di piegare Hamas isolando Gaza. Un provvedimento – continua la signora Arbour – che ha il solo effetto di ridurre allo stremo la popolazione palestinese presente nella Striscia. L’unica soluzione, secondo l’ex Commissario, è coinvolgere il governo di Hamas, regolarmente eletto nelle democratiche elezioni 2006, in un discorso politico e diplomatico che miri alla “formazione di un nuovo governo palestinese”.

Le ragioni della Arbour sono ben motivate ed articolate. Esse cercano di abbracciare un quadro politico di ampio respiro che pone al centro la sofferenza della popolazione civile: “Nello Stretto di Gaza il tasso di disoccupazione e la povertà sono alle stelle, mancano medicinali, combustibile, elettricità, cibo, e altri beni di prima necessità”. Tutto esatto e, indubbiamente, il punto di vista dell’ex Commissario è onorevole ma non considera un paio di questioni importanti: Hamas ha tra i propri interessi il bene della popolazione che amministra e sarebbe disposta ad avviare un reale discorso politico teso, se non alla pace con Israele, quanto meno alla distensione? Una domanda basilare alla quale verrebbe da rispondere no per varie ragioni.

Primo. Hamas non è un governo regolarmente eletto: è un’organizzazione paramilitare fondamentalista che appare nell’elenco dei sistemi terroristici di Canada, Giappone, UE, USA, Regno Unito e così via. Essendo un covo di estremisti, Hamas ha praticato la politica del terrore anche nel famoso suffragio 2006, sostituendo gli slogan elettorali con la defenestrazione degli avversari di Fatah, partito moderato, filo-occidentale. Finito di gettare dai balconi i rivali elettorali insieme a qualsiasi possibilità di democrazia, Hamas si è prodotto in altre forme di coercizione sulla popolazione per ottenerne il voto. Motivo: apparire come un governo legittimato.

Poster di Hamas

Secondo. La popolazione della Striscia di Gaza è allo stremo ma non si può imputare ad Israele la colpa di ciò. Quando il governo di Sharon abbandonò la Striscia nell’agosto 2005 per lasciarla ai palestinesi provvide, come segno di distensione, a cedere alla popolazione abbondanti coltivazioni di frutta e verdura di prim’ordine, nonché avviate strutture imprenditoriali che avrebbero potuto fare di Gaza un attivissimo centro economico nel cuore del Mediterraneo. Il primo atto di Hamas, già ufficiosamente al potere, è stato di smantellare, incendiare, distruggere qualunque attività, prodotto o genere di ricchezza lasciato in eredità dai predecessori. Scopo: ridurre in schiavitù la popolazione attraverso un’economia di semi-sussistenza a base di contrabbando di armi, droga e generi di ogni tipo che frutta ad Hamas lucrosi guadagni, i quali vanno a sovvenzionare le diverse frange del terrorismo nel mondo e i paesi che lo sostengono (primo tra tutti l’Iran).Terzo. Non si può imputare ad Israele neppure la carenza di prodotti alimentari a Gaza dopo l’embargo ora cessato. Lo stesso governo di Tel Aviv provvedeva a far pervenire ingenti quantitativi di cibo e materiali di prima necessità alla popolazione. Prima del cosiddetto blitz sulla Marmara, nelle settimane dal 2 all’8 maggio, l’ultimo dei periodici approvvigionamenti che Israele inviava a Gaza comprendeva: 1.535.787 lt di gasolio, 91 camion di farina, 76 di frutta e verdura, 39 di latte e formaggi, 33 di carne, 48 di abbigliamento, 26 di generi per l’igiene, 7 di medicine, ecc. Se la popolazione ha visto ben poco di tutti gli aiuti, la responsabilità non è di Israele né della Comunità internazionale ma di Hamas.

Dunque, di fronte a questi pochi ma esaustivi esempi, quali negoziati si possono avviare con una organizzazione di terroristi che mira a mantenere lo status quo a colpi di guerriglia armata contro Israele e amicizie con oscuri gruppi armati di pseudo pacifisti, cripto razzisti che, per di più, intrattengono con Hamas fiorenti rapporti commerciali? La domanda è lecita.


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2 Risponde a Quale dialogo è possibile con Hamas?

  1. avatar
    alessio tedde 05/06/2010 a 10:30

    illuminante!!!

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  2. avatar
    Chantal Cresta 07/06/2010 a 12:59

    Per approfondire ulteriormente il tema (senza correre il rischio di incappare in infarciture ideologiche) consiglio le cronache di Fiamma Nirestein, giornalista de Il Giornale che da tempo si occupa della questione medio-orientale con assoluta compotenza.

    Rispondi

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