Purity: l’occasione mancata di Jonathan Franzen

Jonathan Franzen purity

Jonathan Franzen

Purity, il nuovo romanzo di Jonathan Franzen fresco di pubblicazione in Italia rappresentava una delle opere letterarie più attese di questi primi mesi del 2016. Il celebre scrittore statunitense, divenuto famoso con il successo mondiale de Le Correzioni – un successo consolidato dal successivo Libertà – aveva l’arduo compito di confermare le proprie qualità con un romanzo in grado di ripetere il successo dei precedenti, accontentare una critica ormai restia a intaccare il suo status di “uno dei migliori scrittori d’America”, e convincere anche il piccolo gruppo di lettori che non hanno saputo apprezzare i suoi lavori, accusati di eccessivo finto perbenismo e di una spasmodica ed esasperante tendenza alla verbosità. Escludendo la critica, a volte incapace di proferire parole negative nei confronti di certi scrittori “intoccabili”, Purity ha le carte in regola per scontentare un po’ tutti.

TUTTO MOLTO BELLO (SULLA CARTA)Purity Tyler, protagonista del romanzo, è una giovane squattrinata che vive a Oakland in una casa occupata assieme ad altri spiantati. Il suo lavoro di promoter non è sufficiente per colmare il suo debito universitario e la sua vita sentimentale non riesce a stabilizzarsi, malgrado una sua certa avvenenza. Cresciuta mezza orfana da una madre possessiva e bizzarra, Purity non conosce l’identità di suo padre, da sempre tenacemente nascosta dalla madre. L’incontro con una bellissima e misteriosa attivista tedesca la farà entrare in contatto con il Sunlight Project, un’organizzazione clandestina che si occupa della divulgazione online di notizie riservate, il cui fondatore è il misterioso Andreas Wolf, figura carismatica che ha mosso i primi passi nel mondo dell’informazione proibita durante mesi della caduta del Muro, rivelando al mondo intero i crimini della Stasi e diventando quindi uno dei leaker più celebri e temuti dai potenti che governano il mondo. L’offerta di uno stage al Sunlight permetterà a Purity di entrare in contatto con Wolf: un incontro che la porterà a scoprire sia la vera identità di suo padre che la storia personale di sua madre, una persona differente da quella che Purity pensava di conoscere.

TROPPO FUMO, POCO ARROSTO – La trama è sulla carta ambiziosa e originale. Franzen mescola le sorti di una ragazza come tante con quelle di una celebrità che tiene in scacco i potenti del mondo con le sue rivelazioni: pubblico e privato si mescolano in continui salti temporali e spaziali – dalla Bolivia a Denver, dalla Germania Est di fine anni ’80 agli Stati Uniti dei giorni nostri – attraverso i quali l’autore analizza con lucidità il ruolo dell’informazione e quello, ancor più fondamentale ai giorni nostri, dell’immagine pubblica che si discosta così tanto dalla sfera privata, dove ognuno di noi (almeno questa sembrerebbe “l’accusa”) nasconde segreti più o meno grandi che devono rimanere tali perché non venga intaccata la “purezza” di ciò che gli altri percepiscono di noi. Alla base di tutto, l’idea di costruire un romanzo di chiara ispirazione Dickensiana, ma sviluppato in chiave moderna.

purity copertinaFranzen tuttavia pecca di hybris in numerosi frangenti del romanzo, dilungandosi ossessivamente nei meandri della sfera privata di alcuni dei personaggi principali del romanzo: dalla maniacale tendenza all’autoerotismo giovanile di Wolf – dal rapporto con la madre a dir poco contorto – alla relazione bizzarra e tormentata che intercorre tra i genitori di Purity. I troppi riferimenti sessuali indicano inoltre una certa ossessione di Franzen per il tema, come se l’argomento sesso oggi possa ancora far scalpore. Inoltre il Sunlight Project e l’ascesa di Wolf passano in secondo piano rispetto alle sue vicissitudini private, come se la creazione di un progetto in grado di far paura al sistema fosse qualcosa di secondario rispetto ai suoi coiti.

QUALCOSA SI SALVA – Non tutti i mali, fortunatamente, vengono per nuocere. La scrittura di Franzen è sempre un capolavoro sintattico e l’intreccio, nonostante sia complesso e articolato, si scioglie in un buon finale – dove il romanzo si riprende dopo una parte centrale assolutamente inutile e prolissa – nel quale tutti i pezzi del puzzle arrivano a combaciare perfettamente. Ma il risultato è comunque artificioso, forzato, prolisso: il gusto è quello di una pietanza potenzialmente eccellente, ma della quale si sono sbagliati i dosaggi degli ingredienti al momento della preparazione. Sprazzi del talento cristallino di Franzen compaiono ripetutamente nel romanzo, ma finiscono per diluirsi in un mare di descrizioni psicologiche e contorti dettagli inutili e ridondanti. Troppo poco per quello che viene da molti considerato (probabilmente non a torto) il miglior scrittore d’America. Purity è la tipica occasione mancata di uno scrittore che ha voluto strafare e si è ritrovato con un’opera appena sufficiente, lontana parente dei capolavori che ne hanno decretato la fama e il prestigio.

Jonathan Franzen, Purity, traduzione di Silvia Pareschi, Torino, Einaudi, 2016, pp. 642, € 22.

Alberto Staiz

@AlStaiz

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Una risposta a Purity: l’occasione mancata di Jonathan Franzen

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    Memmo 08/07/2016 a 16:36

    Più che altro qualcuno dovrebbe insegnare a Franzen che, veramente, “le dimensioni non contano”. Lui stesso sembra criticare se stesso in un passaggio del romanzo, dove uno scrittore vorrebbe realizzare IL libro, spiegando come tempo addietro bastava scrivere Fiesta di Hemingway per fare il capolavoro, mentre oggi (in America) i capolavori devono essere grossi, mastodontici. Se Le Correzioni è un capolavoro non lo è per le sue 600 pagine; lo è perché quelle 600 pagine sono indispensabili ai fini della trama e sviluppo dei personaggi, cosa che Franzen sembra aver dimenticato, trastullandosi da solo con le parole e fingendo di non capire che è entrato in una sfera commerciale che non prevede solo idioti, ma anche intellettuali che scrivono per un pubblico di intellettualoidi.

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