Primo Levi (1919-1987) visitò gli Stati Uniti una volta soltanto, appena due anni prima della morte, spostandosi in 5 città, impegnato in oltre 20 interviste e 6 discorsi ufficiali, più il ritiro di un premio al Jewish Museum di New York, in sole tre settimane. Chiara la fama conquistata in quel periodo, anche se i suoi libri oltreoceano hanno vissuto fortune alterne e un successo tardivo. Eppure una volta penetrato nel mercato librario, raggiunto un pubblico che gli esperti del settore definiscono poco amante della traduzioni, la sua scrittura ha saputo mantenere inalterata la capacità d’attrazione e ancora oggi, nei licei e nelle università, Se questo è un uomo (Survival in Auschwitz per chi lo cerca nelle librerie degli States) è uno dei libri più consigliati sull’Olocausto.
Il titolo scelto la traduzione del capolavoro di Levi apre la questione, piuttosto tortusa, della sua ricezione in America. La prima edizione americana è del 1961, appena successiva alla prima inglese e per la stessa casa editrice, con quella dicitura molto divergente dalla britannica che ricalcava invece letteralmente l’originale (If This is a Man). La traduzione era di Stuart Woolf, cui si deve anche quella de La tregua nel 1965, quando ancora un doppio titolo venne scelto per il mercato anglofono (The Truce in Gran Bretagna e The Reawakening negli States). Tale prassi resisterà nel 1986 quando La chiave a stella apparve come The Wrench nel Regno Unito e The Monkey’s Wrench oltreoceano.
La vicenda della diffusione degli scritti di Levi negli Usa è, come già detto, complessa, e lungo se pur interessante sarebbe sviscerarla nei dettagli. Si rimanda quindi all’avvincente disanima di Andrea Fiano (I motivi del tradivo successo di Primo Levi negli Stati Uniti, in Voci dal mondo per Primo Levi. In memoria per la memoria. A cura di Luigi Dei. Firenze, University Press, 2007, pp. 91-100) limitandosi qui a due curiosità. La prima è che, nel 1984, Il sistema periodico ebbe proprio negli Stati Uniti la prima traduzione in lingua inglese per l’editore newyorkese Schocken Books, dopo che ben ventisette case lo avevano rifiutato in Gran Bretagna: l’opera, entusiasticamente recensita dal premio Nobel Saul Bellow, segnò l’inizio dell’affermarsi di Levi negli States. La seconda è che tra i maggiori promotori della produzione letteraria leviana in America vi è Anna Yona, cugina di Levi residente in Massachusetts che già nel 1946 aveva diffuso alcuni capitoli di Se questo è un uomo fra intellettuali ed editori di sua conoscenza; sempre lei, nel 1976, mise in contatto lo scrittore con la traduttrice Ruth Feldman, responsabile delle versioni in inglese delle poesie di Shema e dell’antologia di racconti Moments of Reprieve.
Ma veniamo all’attualità e all’attenzione che oggi gli Stati Uniti riservano a questo importante scrittore italiano. Il Centro Primo Levi di New York (15 W 16 Street) organizza ogni anno il Primo Levi Forum, occasione per studiosi ed esperti di confrontarsi sul significato della sua opera e della sua eredità, ma anche per i non specialisti di conoscere l’uomo e lo scrittore. Il Forum 2011 ha visto il 7 novembre, in prima mondiale in lingua inglese, il reading teatrale The Mark of the Chemist, basato sugli scritti e sulle riflessioni di Levi – che si era laureato in chimica nel 1941 ed esercitò a lungo la professione – su temi come l’uso della bomba atomica e i progressi della scienza: il testo di Domenico Scarpa è stato interpretato negli Stati Uniti da John Turturro e Joan Acocella al Museum of Jewish Heritage (36 Battery Park).
Martedì 8 alle 17 è stato invece trasmesso alla Casa Italiana Zerilli Marimò (24 West 12th Street) un cortometraggio del 1979 dal titolo Sleeping beauty in the Fridge, dall’omonimo racconto di Levi (La bella addormentata nel frigo), seguito da una conversazione tra la psicologa Paola Mieli, Gérard Haddad e Daniela Shiller. Il 13 novembre il Forum si è spostato dalla sede newyorkese alla Book Fair di San Diego, al San Diego Jewish Community Center, dove Rabbi Philip Graubart e Natalia Indrim hanno ripreso il tema del ruolo di Levi tra gli scrittori ebrei italiani del XX secolo nonché quello della sua riflessione sulla scienza.
Si può connettere al Forum, pur essendone slegato, l’appuntamento di lunedì 21 novembre alle 18 all’Istituto Italiano di Cultura di New York (686 Park Avenue) con New Criticism on Primo Levi, presentazione di due recenti raccolte di saggi – Answering Auschwitz. Primo Levi’s Science and Humanism after the Fall (Edited by Stanislao Pugliese. NY, Fordham University Press, 2011, $ 65.00/25.00) e New Reflections on Primo Levi: before and after Auschwitz (Edited by Millicent Marcus and Risa Sodi. Palgrave MacMillan, 2011, $ 80.00) – di cui dialogheranno gli stessi curatori. I volumi, nati in prestigiosi contesti accademici, propongono entrambi nel titolo il riferimento diretto ad Auschwitz, lager nella cui cellula satellite di Buna-Monowitz Levi venne deportato nel 1943, eppure i saggi che li compongono guardano alla scrittura di Levi non solo nel segno della Shoah e dell’esperienza del campo di concentramento, ma come ‘risposta’ più ampia a quella tragedia collettiva, mettendo in luce la figura intellettuale di questo autore che in nessun modo può essere definito soltanto uno ‘scrittore dell’Olocausto’.
Answering Auschwitz raccoglie un ciclo di conferenze risalenti al 2007, 20° anniversario della morte di Levi; diviso in sezioni tematiche (Psychology, Theology and Philosopy; Humanism and Politics), comprende 18 interventi incentrati su aspetti come la sua concezione della storia, il suo rapporto con la cultura ebraica, la sua produzione in versi o la sua idea di giustizia, soffermandosi sull’analisi non solo dei romanzi più noti, ma anche di scritti come Il sistema periodico (1975), Se non ora quando? (1982) e Storie naturali (1966). Molteplici punti di vista offrono anche i saggi riuniti in New Reflections on Primo Levi, dove al tema chiave che si connette alla sua narrativa di testimonianza storica, quello della memoria, si affiancano indagini sul suo rapporto con la produzione di Italo Calvino, con il mondo greco classico, con la tradizione di studi ebraici, evidenziando il fondamentale contributo dello scrittore torinese alla ‘fenomenologia’ dell’Olocausto, cioè al formarsi di un settore di studio e riflessione su quello che fu uno dei più atroci stermini di massa del Novecento.
L’occasione è doppiamente propizia, per il pubblico anglofono, per approfondire la conoscenza di un autore nostrano, e per quello italiano per valutare l’eco internazionale di uno scrittore che neppure in patria andrebbe mai dimenticato. Una comune parola d’ordine quindi oggi unisce Italia e Stati Uniti: Redescovering Primo Levi.
Laura Dabbene
Foto compellingjewishstories.blogspot.com; america24.com; lastampa.it
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