Primarie Pd: storia di uno psicodramma. Domani il nuovo capitolo?

primarie pd

Pier Luigi Bersani (style.it)

Marco Tullio Cicerone disse: «Historia magistra vitae». Il console nato ad Arpino, però, non conosceva il Partito Democratico. Altrimenti, avrebbe cambiato idea. Basta ripercorrere la storia delle primarie Pd per rendersene conto.

2007: LA GENESI DI UNA TRAGEDIA - Alla primissima consultazione, quella del 4 ottobre 2007, stravinse Walter Veltroni con il 75,82% delle preferenze. La sinistra però stava attraversando un momento a dir poco difficilissimo. Al Governo c’era proprio il centrosinistra con Romano Prodi e far finta che la nascita del Pd non centri niente con la caduta dell’esecutivo del Professore sarebbe da ingenui. Inoltre, il momento di massima popolarità di Veltroni fu nel 2006, quando venne rieletto primo cittadino della capitale. Probabilmente se il candidato premier dell’Unione alle politiche del 2006 fosse stato Veltroni, la sinistra avrebbe vinto con una maggioranza abbastanza ampia da permettergli di governare più a lungo. Ma a sinistra, si sa, sono bravissimi a bruciare i propri leader. La campagna elettorale di Veltroni fu disastrosa. Non nominò mai Berlusconi, finendo per fare il suo gioco. Dopo il voto, inoltre, Veltroni pensò anche il Cavaliere fosse improvvisamente diventato uno statista e si incontrò con l’esecutivo per parlare delle riforme da fare insieme. Ovviamente poi non se ne fece niente.

2009: AVANZA IL DECLINO - Due anni dopo, nel 2009, 3.102.709 italiani spesero altri due euro alle nuove primarie Pd e scelsero il nuovo segretario: Pier Luigi Bersani, un politico semplicemente anonimo. Il Pd, che naturalmente in quegli anni stava all’opposizione, si caratterizzò, infatti, per il suo elettroencefalogramma piatto. A caratterizzare quegli anni, e a scaldare il cuore degli antiberlusconiani, non fu certo Bersani ma Antonio Di Pietro. Non bisogna scordarsi un dettaglio che poi la storia rivelerà essere importante: le primarie Pd del 2009 furono l’ultima occasione in cui Beppe Grillo tentò il dialogo con il mondo del centrosinistra. Il comico genovese voleva presentarsi alle primarie Pd, ma il partito respinse la sua candidatura. Proprio nei giorni in cui il comico tentava di presentare la candidatura, l’ex ministro e segretario nazionale dei Democratici di Sinistra Piero Fassino disse la sua frase più famosa: «Se Grillo vuole fare politica fondi un partito, metta in piedi un’organizzazione, si presenti alle elezioni, vediamo quanti voti prende. Perché non lo fa?». Un vero e proprio indovino.

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Matteo Renzi (biografieonline.it)

2012: L’OCCASIONE MANCATA - Si arrivò così alle primarie per la scelta del candidato premier della coalizione Italia Bene Comune. Da un parte c’era Bersani, che rappresentava la vecchia classe dirigente, l’apparato, un esponente di una sinistra con il sangue comunista. E dall’altra c’era Matteo Renzi, politico under 40 che voleva mandare a casa i politici che avevano palesemente fallito. Il sindaco di Firenze piaceva a tantissimi, soprattutto fra i più giovani, ed era capace di intercettare i voti degli ex elettori di Berlusconi, garantendo così una larga vittoria del centrosinistra alle elezioni che si sarebbero svolte poco dopo. Insomma, il Pd poteva finalmente dare un senso, una svolta alla propria storia e diventare finalmente un partito di Governo. A quel punto la vecchia dirigenza ebbe un colpo di genio e si inventò delle regole ad hoc per scoraggiare gli italiani non storicamente elettori del Pd, cioè l’elettorato di Renzi, ad andare a votare. Ci si mise anche la segretaria generale della Cgil Susanna Camusso che, capendo che con Renzi leader lei non avrebbe contato più nulla, dichiarò che se il rottamatore vincesse sarebbe «certamente un problema». L’operazione riescì. Al primo turno Bersani superò Renzi di 9,4 punti percentuali e al secondo turno tutti gli altri candidati sostennero il segretario che stravinse. Alle elezioni di febbraio, però, Bersani fu l’autore della più grande figuraccia elettorale della storia del centrosinistra.

2013: LA FINE DI UN’ERA? – Si arriva infine alle primarie Pd di domenica per la scelta del segretario che rischiano di essere un grande flop con meno di due milioni di partecipanti. Matteo Renzi ha perso parte della sua spinta propulsiva. Se anche fosse il sindaco di Firenze il prossimo candidato premier se la dovrebbe vedere contro la neonata Forza Italia e con il Movimento 5 Stelle. Non proprio un gioco da ragazzi, considerando che più tempo passa e più Renzi perde consenso. Ed Enrico Letta e Giorgio Napolitano non ne vogliono sapere di far cadere il Governo solo per fare un favore al rottamatore. Come se non bastasse, c’è il serio rischio di bruciare un nuovo leader del futuro, Giuseppe Civati. E se invece fosse quest’ultimo a diventare segretario? Si aprirebbero nuovi scenari difficilissimi da immaginare.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: paperblog.com; style.it; biografieonline.it

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