Primarie PD. Dividono o uniscono?

Rutelli minaccia di andare, Di Pietro di tornare. I comunisti stanno a guardare

di Fabrizio Prosperi

Francesco Rutelli

Francesco Rutelli

Non si capisce bene se un atto di democrazia come le primarie uniscano o dividano. O meglio, si capisce benissimo, fa un po’ tutt’e due le cose. Un minuto dopo la notizia dell’elezione di Pierluigi Bersani alla segreteria del Partito Democratico, Rutelli dice di pensare ad un’alternativa alla grande casa democratica. Inizia a tirare la giacchetta di Casini e a lui, a quanto pare, piace.

Il neo-segretario ricomincia a parlare di Ulivo, di Verdi e fa l’occhiolino a Rifondazione Comunista e Italia dei Valori. Ma come, dopo tutti gli sforzi compiuti per confluire in un unico soggetto politico, dove finalmente le varie anime del centro sinistra possano lavorare insieme al grande progetto (vedi discesa in campo di Silvio Berlusconi), illustri personaggi come Rutelli (non subito e non solo) decidono di abbandonare la grande sfida?

E così domenica scorsa è andata in scena l’elezione “democratica” del Partito Democratico. Tre candidati sono meglio di uno, ma solo uno poteva vincere, sia nei fatti che nelle intenzioni. E’ la democrazia. Il popolo che si muove, esce di casa e versa due euro per esprimere la sua preferenza, per esercitare il suo costituzionale diritto di scegliere i propri rappresentanti. Scegliere. Su chi puntare due euro in una gara tra vecchi macinini e Ferrari? E’ più o meno quello che è successo alle primarie “democratiche” PD. Ci sono personalità che, è inutile negarlo, hanno una valenza per visibilità mediatica o incarichi ricoperti maggiori di altri. Le varie correnti interne al PD, mai esaurite nonostante l’imponente lavoro di make-up, hanno lavorato laboriosamente per presentare il loro rappresentante e a giochi fatti, qualcuno è scontento e qualche altro no.

Massimo D'Alema

Massimo D'Alema

A ben vedere non c’è niente di nuovo nel panorama partitico della nostra penisola. Nonostante il duro lavoro per tenere insieme tutti i “fondatori” del Pd, qualcosa ancora non funziona. La vecchia lotta tra Ds e Margherita si è trasformata in D’Alema, ooops, Bersani-Rutelli. I vecchi comunisti, allontanati come appestati dalle stanze dei bottoni, ricompaiono nelle primissime parole del neo eletto: “Avrei difficoltà a stare in un partito dove la parola socialismo fosse un tabù”. Le gravi divergenze con Pecoraro Scanio sembrano chimere e le prese di distanza reciproche col giustizialismo populista di Di Pietro, molto più verdi dei Verdi, appassite sotto il sole delle primarie. Dulcis in fundo c’è anche la concreta possibilità di un revival, Romano Prodi.

E’ già, proprio al presidente del consiglio uscente è stato proposto di diventare entrante, come presidente del Pd. Inequivocabili le sue parole in merito alla dipartita del presidente della Margherita: “Se qualcuno se ne va non succede niente”. Insomma, nonostante il leit motive della nuova guida Pd sia tutta incentrata sul nuovo slancio politico nel proporre un’alternativa al Cavaliere, si torna a fare i conti col pallottoliere. Da solo il Pd ha il 26-28 per cento dei voti. Con Di Pietro arriverebbe al 35. La vecchia falce e martello farebbe guadagnare altri 5 punti e con gli ambientalisti si arriverebbe al 43-45 per certo.

Ma è bene ricordare che succede quando si mettono insieme anime così disparate, nell’illusione che le lotte politiche siano fatte di numeri e non di idee.

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