Precari…a tempo indeterminato

Sissy, 29 anni, laureata. Ha lavorato per 6 anni in due aziende diverse, sempre a progetto. Trattata da dipendente, pagata meno dei dipendenti, costretta a lavorare senza straordinari, ferie o altro e dovendo dire sempre e comunque “sì”. Ora disoccupata, causa crisi del settore. Il suo sogno? Poter lavorare il giusto e ricevere il giusto compenso, essere felice con suo marito e avere un figlio.

Alfio, 31 anni, laurea in farmacia (5anni), specializzazione (3 anni) e master (1 anno). In 7 anni e mezzo, 17 datori di lavoro diversi, talvolta anche in contemporanea, in lungo e in largo per l’Italia. Attualmente precario. Il suo sogno? Emigrare all’estero per trovare un lavoro, magari un posto fisso con uno stipendio almeno triplo.

Maria, laureata in architettura con dottorato di ricerca in Storia dell’Architettura, vincitrice dell’ultimo concorso ordinario con abilitazione all’insegnamento. Precaria nella scuola media inferiore e all’università. Per sua fortuna ha un contratto per sole 12 ore in una scuola privata. Il suo sogno? Lavorare e guadagnare per riuscire ad arrivare alla fine del mese senza dover far mancare nulla a sua figlia.

Sissy, Alfio e Maria. Sissy come Alfio, Alfio come Maria. Sono solo tre dei quasi quattro milioni di italiani che popolano Precariopoli, la valle disincantata dei lavoratori a termine. Una mattina si sono svegliati ed eccoli contagiati dalla nuova malattia del secolo, di gran lunga peggiore di quelle infettive perché non si sa come la si contrae, non si è ancora scoperto il virus. Sta di fatto che si sono svegliati e si sono ritrovati Precari!

Precari. Incerti nel lavoro e nella vita, perché non solo a loro manca una posizione professionale stabile con una remunerazione adeguata, ma manca soprattutto la speranza, la prospettiva di un futuro sereno. Manca la progettualità personale e sociale. Perché quando si è senza lavoro, senza realizzazione professionale, senza soldi, senza avvenire, non si può progettare il futuro: non sanno neanche se il mese prossimo gli viene rinnovato il contratto figuriamoci se possono decidere la data del proprio matrimonio o mettere in cantiere un bambino. Con che cosa lo pagano l’affitto e le bollette di casa? E con quali soldi fanno crescere un figlio? Non è come gli hanno sempre fatto credere le favole, non si campa di solo amore. Quindi meglio non sposarsi – rimanere a casa con mamma e papà e “scroccare” finché si può. Meglio non fare figli. Meglio non costruirsi un domani.

E allora, perché ho studiato? Perché oltre alla laurea mi sono specializzato e ho conseguito il master? Perché ho fatto quei sei mesi di stage in azienda senza prendere un centesimo? Perché?

Sono tanti i perché che riecheggiano nella valle di Precariopoli, come tanti sono i sogni dei suoi abitanti. Uno su tutti: lavorare. Ma può un diritto di chiunque diventare un sogno?

Cosa bisogna fare? Ribellarsi e sovvertire il governo? Scatenare la guerra civile? Protestare ad oltranza? Rifiutarsi di lavorare finché la situazione non cambia? Fare lo sciopero della fame e della seta? Minacciare il suicidio?

Si possono prendere tutte queste iniziative, oppure basta seguire l’esempio di Filippo, 46 anni, insegnate precario da 26. Basta fare come lui: diventare precari a tempo indeterminato…almeno una certezza ce l’ha!

Fabrizio Giona

FOTO VIA: www.intornoamessina.it; www.grafologiacriminale.it

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