Post tenebras lux, il buio che ingoia l’umano – Recensione

Post tenebras lux (amazonaws.com)

La locandina del film "Post tenebras lux" (amazonaws.com)

Altro che luce oltre il buio più profondo. Se luce c’è, forse si tratta unicamente di quella proveniente da uno sterile fiammifero nel ventre dell’oltretomba o dell’antinferno più irrevocabile, utile soltanto per tentare di vedere, se si vuole, quanto fondo c’è ancora da scavare prima di toccare il nulla più assoluto. È proprio il concetto stesso di “nulla”, espresso con sinonimi visivi di “notte” (stilisticamente il meglio riuscito) e, appunto, “buio”, metaforicamente ascrivibile a certe sfaccettature (dis)umane dalla duplice non-essenza (di qui, magari, lo sdoppiamento focale ai bordi delle inquadrature in quattro terzi), a fare probabilmente (il giudizio condizionale è d’obbligo ora come non mai) di Post tenebras lux, quarto lungometraggio del messicano Carlos Reygadas, premiato allo scorso festival di Cannes per la miglior regia, una delle pellicole più criptiche (ma, attenzione, non per questo riuscite) in assoluto del’ultimo decennio (se non di buona parte della storia del cinema).

Juan (Adolpho Jimenez Castro) e sua moglie Nathalia (Nathalia Acevedo), di provenienza metropolitana con due figli piccoli a carico, sembra si siano trasferiti ad abitare definitivamente nelle campagne del Messico. L’esperienza da loro vissuta sembra quasi una sorta di integrazione cittadina al contrario, all’interno della quale, cioè, sono loro “urbani” a dover superare difficoltà di ambientazione e interazione con il complesso rurale circostante. Juan, in particolare, ha serie difficoltà di autocontrollo sessuale, mancanza di fermezza che si riversa anche nell’abitudine di malmenare uno dei suoi cani, sul quale sfoga una violenza al limite del concepibile. Tra problematiche di coppia e indecisioni personali di lui, il fattore integrazione rimane in una situazione stagnante che nemmeno l’amicizia con un ragazzo soprannominato Siete (Willebaldo Torres) riesce a ravvivare per colpe e mancanze personali derivanti da abitudini retroattive.

Questo, nella fattispecie, è quanto sembra concernere una bozza di trama della pellicola, dove “trama” diviene, però, in primissimo luogo, un termine da utilizzare con molta se non estrema cautela. Se una qualche narrazione può essere percepita, essa è deducibile praticamente solo al patto di tralasciare una vasta parte di puro contenuto (più o meno identificabile) dalla quasi impossibile decifrazione sia metaforica che simbolica in termini primordiali di rapporto tra significante visivo e significato più o meno emotivo.

Ciò che meno è presente nell’intero lavoro di Reygadas, così come nel corpo di quella che sembra essere una ricerca molto sperimentata (fino alla nausea, si direbbe) di puro linguaggio cinematografico, di conseguenza, è proprio un qualsivoglia senso univoco. Se filo conduttore vi può essere, insomma, questo inaccessibile scalpello di concetti e umori sembra voler assemblare intere sequenze a scopi molto difficilmente elargibili in termini di comprensione visivamente linguistica.

Proprio in ambito di “patto” spettatoriale, se vogliamo, si materializza, nella sua sostanza più violenta (anche qui una violenza, ma esercitata dallo stesso autore nei confronti del suo pur sempre fedele “cane” immagine), l’intenzione di delegittimare quasi del tutto il ruolo di spettatore quale riassemblatore diegetico per farne qualcosa (e non più nemmeno “qualcuno”) di totalmente incapace, anzi immeritevole di accostamento immedesimativo con quanto sta accadendo sullo schermo della sala.

Sin qui, in fin dei conti, tutto bene, se intendiamo il continuo tentativo di evoluzione fotografico-narrativa come un sempre ben accetto tentativo di differenziazione stilistica o, meglio, di ricerca e auto-attribuzione di un particolare e (fin dove possibile) nuovo metodo creativo. Il problema reale, però, sorge laddove Reygadas non è il Lynch di Inland Empire e non è nemmeno (ci mancherebbe!) il Bergman di Persona o il Dreyer di Vampyr, tanto per dire.

Post tenebras lux (sentieriselvaggi.it)

Un fotogramma dal film "Post tenebras lux" (sentieriselvaggi.it)

All’occhio interiore (perché di questo si necessita sempre e comunque con pellicole di simile stampo) più attento e vigile non tanto alla sua capacità di connessione lineare con l’opera quanto alla automatica scintilla di esplorazione del proprio status emotivo momentaneo, un filo conduttore concettuale può esserci e risiedere nella tutt’altro che semplice definizione di “male puro”, apocalittico abisso di non ritorno che imprigiona quanto ben poco di umano rimasto nell’universo e sguinzaglia in terra il suo “doppleganger” tumefatto, protagonista di quell’ “inferno quotidiano” (non proprio calviniano ma quasi) nel quale il diavolo in persona viene a far visita ricognitiva con tanto di cassetta degli attrezzi. Si percepisce (perché è la percezione l’unico elemento utilizzabile dallo spettatore in sua stessa difesa di fronte a quello che, nonostante tutto, resta cinema vero e proprio) una ineluttabile impossibilità umana di evadere dalla propria natura animalesca in pensieri, parole, opere e (qui sì) anche omissioni. Inumana è anche la modalità di auto-eliminazione, così come il desiderio reciproco relegato a puro ruolo primordiale («Il tuo corpo serve a questo»).

Nel complesso, si viene ripagati da una sequenza iniziale al limite del monumentale, assolutamente essenziale per legittimare almeno un minimo di questa comunque improbabile seppur intuitiva tesi: la bambina vaga per un terreno paludoso sotto un cielo grigio che, lentamente, apre spazio ad un temporale; i suoi sorrisi e il suo stupore, nel bel mezzo di un andirivieni forsennato di cani, mucche e cavalli, si affievolisce proprio come la naturale luce circostante: il buio più assoluto della natura, tutto intorno, divora la piccola e graziosa sagoma trasformandola nel fantasma estremamente intermittente dell’oscurità più profonda e accessibile solo a determinate condizioni (forse) di imparzialità emotiva.

(Foto: sentieriselvaggi.it / movieplayer.it / amazonaws.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/NxPxuojpaEk[/youtube]

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