Post-elezioni 2013: come si forma il governo?

Spetta al capo dello Stato, in scadenza di mandato, la difficile transizione tra i due governi

Roma – Le elezioni 2013 hanno posto l’Italia davanti al baratro dell’ingovernabilità, a causa della scarsa maggioranza che la coalizione di centrosinistra Italia Bene Comune ha ottenuto al Senato della Repubblica, in virtù del premio di maggioranza su base regionale che, per contro, ha premiato i risultati conquistati da Silvio Berlusconi, risultato vincitore in regioni che, come la Lombardia, assegnano un consistente numero di seggi alla coalizione vincente.

Per questo, in questi giorni si è discusso sulla possibilità che Pier Luigi Bersani, come leader della coalizione che ha ottenuto la maggioranza alla Camera dei Deputati, sia in grado di presentarsi da Giorgio Napolitano con una proposta di governo concreta, che convinca cioè il presidente all’affidamento dell’incarico.

Il presidente della Repubblica, sebbene la prassi non sia costituzionalizzata e quindi si configuri come consuetudine costituzionale, convoca i rappresentanti dei gruppi politici, i presidenti eletti delle Camere e gli ex-presidenti della Repubblica al Quirinale per le consultazioni. Il passaggio occorre per configurare tutti i passaggi possibili verso la nascita di un governo stabile e duraturo. Per questo motivo, le consultazioni potranno avvenire solo dopo il 20 marzo, quando cioè il Parlamento sarà riunito da cinque giorni e avrà, questo l’auspicio generale, già votato per i nuovi presidenti.

Sentiti dunque i soggetti di cui sopra, Napolitano – il cui mandato, vale la pena ricordarlo, scade il prossimo 15 maggio, salvo dimissioni anticipate per favorire un rapido passaggio dei poteri – potrà prendere quattro strade: lo scioglimento delle Camere e l’indizione di nuove elezioni anticipate, l’affidamento del mandato esplorativo a uno dei due presidenti delle Camere, la concessione del preincarico o dell’incarico al premier che può esprimere la maggioranza in Parlamento.

Probabilità scarsa, ma da non sottovalutare, quella dello scioglimento delle Camere: sebbene il centrosinistra, infatti, goda di una consistente maggioranza alla Camera, l’attività di governo è possibile solamente con la fiducia di ambedue i rami del Parlamento, eventualità questa che, alla luce delle dichiarazioni di Grillo – che non sosterrà in alcun modo Bersani, ma solo provvedimenti, caso per caso – sembra essere improbabile. Se nessun tentativo andrà in porto, Napolitano dovrà convocare nuove elezioni, conscio tuttavia che si terrebbero in concomitanza con la fine del suo mandato, creando così un vuoto istituzionale che non ha precedenti.

Il mandato esplorativo, invece, potrebbe catalizzare le maggiori possibilità. Se, infatti, la Camera o il Senato saranno affidati a personalità terze, come è stato più volte auspicato, uno dei presidenti eletti potrebbe cercare una mediazione tra le forze politiche maggiormente rappresentative (Pd-M5S-PdL) al fine di garantire la governabilità del paese. Anche nel 2008, con la crisi del governo Prodi, si ricorse al mandato esplorativo, ma quando il presidente del Senato Marini lo rimise nelle mani dell’attuale capo di Stato, questi convocò le elezioni.

Il preincarico e l’incarico, almeno secondo i risultati delle urne, dovrebbero essere appannaggio di Pier Luigi Bersani, che sostituendosi ai presidenti del Parlamento dovrebbe presentarsi proprio qui, e dibattere con i neoeletti senatori il suo programma, per cercare un consenso che gli assicuri la maggioranza di 158 senatori, necessaria per avviare la sua opera di governo. La discussione del programma e il voto di fiducia, infatti, sono passaggi obbligati: il Governo risponde sempre al Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, e senza l’approvazione di questo a inizio legislatura è sì in vigore (con l’affidamento dell’incarico e il giuramento), ma in regime di deminutio potestatis.

Se governo sarà, la sua forza e la durata nel tempo saranno messi a dura prova dalla strana composizione del Parlamento e dal termine dell’incarico presidenziale, che imporrà la scelta del successore di «Re Giorgio» come condicio sine qua non per il funzionamento dell’apparato governativo centrale.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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