Più facce della stessa identità. L’onnivoricità degli Electroadda

Esce online oggi il primo ep omonimo degli Electroadda, duo brianzolo dalle mille sfumature e senza alcun limite di genere

Gli Electroadda

Gli Electroadda

Il panorama delle autoproduzioni italiane desta sempre un sincero interesse in vista della scoperta di nuovi possibili nomi di spessore da considerare, si spera, come potenziali salvatori della dignità artistica tricolore. Proprio questo interesse aumenta gradualmente quando l’implicita libertà fornita dal non sentire il peso di vincoli produttivi da rispettare concede ai fautori di tali proposte quella necessaria spensieratezza mista, però, a una sempre vigile attenzione alle reali possibilità espressive da poter gestire in totale autonomia. È questo il senso del procedere per produzioni in proprio, e i brianzoli Electroadda, grazie al loro primissimo extended play omonimo, online a partire da oggi, dimostrano di conoscerne perfettamente la più sostanziosa delle utilità. In tutto questo, ovviamente, il duo di Mezzago e Bellusco garantisce soprattutto un’idea sonora molto ben concepita e minuziosamente stratificata, dotata di scopi assolutamente precisi e redditizi in termini di tornaconto espressivo.

L’UTILITÀ DEL FORMATO EP – L’intelligenza professionale – oltre che l’interessantissima attitudine creativa – ma lo vedremo tra poco – di Carlo Frigerio (batteria, computer, sintetizzatori) e Leonardo Ronchi (chitarra, voce e sintetizzatori) si evince fin da subito proprio grazie all’indispensabile indizio insito nella scelta strutturale relativa alla conformazione del primo lavoro in studio con il quale proporre la propria arte musicale in ogni direzione. Cosa può voler dire produrre un ep d’esordio? O meglio, qual è la migliore utilità sfruttabile dall’utilizzo di tale formato? Solitamente, la produzione di un ep contenente pochi ma rappresentativi brani è indispensabile laddove si vuole tentare di divulgare le proprie idee musicali senza implicare costi particolarmente eccessivi per una o più sessioni di registrazione (quando, chiaramente, non si opta per un “home recording studio”). Se c’è un limite, quindi, in questo caso potrebbe essere unicamente economico o, quantomeno, legato all’esigenza di tastare sensibilmente il terreno su cui si vuole battere.

Gli Electroadda

Gli Electroadda

Gli Electroadda, in questo, propongono un’idea di ep molto saggia e perspicace, che si spinge ben oltre il solo dato quantitativo. In soli cinque brani (per circa venti minuti di durata), in sostanza Frigerio e Ronchi esplorano altrettanti generi musicali in maniera talmente meticolosa e consapevole da destare interesse anche solo per vedere, eventualmente, quale di questi prenderà il sopravvento su gli altri nelle produzioni successive o, comunque, in che maniera queste diverse anime (che, a dire il vero, sembrano più frazioni della stessa identità) si avvicenderanno di qui in avanti. È proprio questo il punto: quale strada potrebbe intraprendere il progetto Electroadda a partire da un successivo e primo album completo?

DI TUTTO UN PO’ – Ecco spiegato, dunque, in quattro e quattr’otto l’abilità contenuta nella scelta strutturale degli Electroadda: sappiamo fare diverse cose, quindi vi proponiamo un assaggio che le comprenda più o meno tutte, in modo da destare la vostra curiosità e, soprattutto, suggerire a noi stessi che abbiamo varie strade da poter percorrere, tutte insieme o una alla volta. Soprattutto per quanto concerne la seconda alternativa, dimostrare di avere il controllo su più stili differenti può essere anche sinonimo di longevità se, così facendo, si riesce a suggerire di dominare un vasto campo di conoscenze e attitudini esplorative capaci di avvicendarsi per tornare utili nella produzione – perché no – di dischi diversi e sempre più orientati vero una sana e genuina sperimentazione.

Gli Electroadda in studio

Gli Electroadda in studio

IL DISCO – L’esordio omonimo degli Electroadda è, dunque, un piacevolissimo e stimolante mix di cultura musicale e predisposizione al continiuo apprendimento sul campo. Se l’apertura proposta da A better life fa pensare immediatamente di avere a che fare con la solita band desiderosa di incanalarsi – per quanto egregiamente – sulla scia indie-wave-post rock dei vari Editors, Bloc Party o Interpol, la preponderanza degli arrangiamenti elettronici direziona il fiuto sonico un po’ di più verso un certo elettroclash o synthpop di matrice Ladytron e affini. Ma è un’idea che dura giusto per quei tre minuti e mezzo di tempo concessi dal brano, perché con la successiva e grintosissima Star Girl si viene letteralmente scaraventati su territori situati a distanze a dir poco siderali rispetto allo stile appena abbandonato. Il secondo brano dell’ep, infatti, coincide col primo repentino cambio di rotta, un vero e proprio viaggio sia emotivo che corporeo (chiunque, qui, è sfidato a non accennare brandelli di “pogo”) nel garage rock moderno più ruvido e dissacrante, quello che, per intenderci, fece le fortune di White Stripes e Black Keys passando per coraggiosissime rivisitazioni hard blues ben prima dei recenti successi commerciali. La chitarra di Ronchi e le pelli di Frigerio sono talmente lancinanti da trasportare lo stato emotivo dell’ascoltatore nei sotterranei più marci e putrefatti dell’underground al sapor di sudore e olio di gomito. Ma è un attimo anche qui, perché l’ennesimo giro di boa offerto dalla successiva Rabbits’ hill porta addirittura ad influenze miste tra quanto appena sottolineato e (l’effetto è veramente straniante ma sorprendente) echi dei Radiohead più elettronicamente sperimentali, vale a dire quelli del memorabile dittico Kid A / Amnesiac. Con Tired intro si sfiora addirittura il territorio delle colonne sonore grazie a una conformazione melodica ambient da puro “main theme” buono per un film di Iñárritu, mentre il brano a cui ciò fa da avviamento, la terminale Tired, trasporta il tutto indietro nel tempo toccando vette classic rock, folk e blues sulle quali dimorano sommi maestri come Bob Dylan e, al suo fianco, da bravi discepoli, gli U2 di The Joshua tree e Rattle and hum.

UN’IDENTITÀ SOLIDA MA IN DIVENIRESiamo al cospetto, in definitiva, di una band – per quanto duo – assolutamente piena di spunti sia creativi che esecutivi, ben consapevole delle proprie risorse in sede di arrangiamento e altrettanto preparata e intelligente in sede sperimentale, laddove una simile terminologia, come già delineato, vuol dire solida e inossidabile predisposizione al continuo tentativo di reinventare un’identità comunque già molto ben precisa e consapevole delle proprie importanti e imprescindibili caratteristiche.

Voto: 7,5

Stefano Gallone

@SteGallone

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