Pippo Civati: il simbolo del sistema che non funziona

Civati

Luigi Di Maio (nanopress.it)

Mentre tutta Italia è impegnata a commentare le polemiche fra il Movimento 5 Stelle e il presidente della Camera Laura Boldrini (quella che, essendo molto democratica, accusa chi non la pensa come lei di essere un potenziale stupratore), nessuno si concentra su un altro scambio di battute che mette in evidenza il momento di crisi profonda che sta vivendo la democrazia parlamentare italiana.

DI MAIO VS CIVATI - In un’intervista pubblicata dal Fatto Quotidiano il 3 febbraio, l’esponente pentastellato e vicepresidente della Camera Luigi Di Maio ha parlato di chi promette «la rivoluzione» e poi abbassa «la testa quando il partito dà gli ordini». Come, per esempio, Giuseppe Civati «che poteva benissimo votare le pregiudiziali di costituzionalità sull’Italicum e invece, per disciplina di partito, s’è adeguato». Non è tardata ad arrivare la risposta del deputato lombardo classe 1975: «Non mi piace l’Italicum, non mi piace la condotta del Governo, non mi è piaciuta la gestione dell’aula, e l’ho detto, in tutte le sedi politiche di cui faccio parte. Solo che purtroppo non ho vinto il congresso del Pd e accetto il risultato e, pur non condividendole, seguo le indicazioni che sta offrendo chi mi ha battuto». Non è la prima volta che Civati ammette, di fatto, di pensare una cosa e di fare l’esatto opposto per amore del Pd. Era già successo, per esempio, quando il 20 novembre dell’anno scorso, in occasione del voto di fiducia al ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri, dichiarò: «Mantengo il mio disagio (…) Comunque mi unirò al voto del Pd per uniformarmi alla disciplina di partito». Quello che maggiormente stupisce, in entrambe le occasioni, è che Civati pensa di fare la cosa giusta. Inconsapevolmente, Civati riassume benissimo quello che Friedrich Nietzsche descrisse come «ciò che è considerato morale dalla più giovane generazione educata dai parlamentari». Ovvero, porre la politica del partito al di sopra di qualsiasi cosa, compresa la propria intelligenza, i propri valori, la propria coscienza.

Civati

Pippo Civati (lettera43.it)

C’ERA UNA VOLTA LA COSTITUZIONE - Sorprende che una persona sicuramente intelligente come Civati non capisca che il concetto della «disciplina di partito» non ha senso d’esistere. Lo dice chiaramente la Costituzione, precisamente all’articolo 67: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». In altre parole, i padri costituenti decisero che i parlamentari dovevano esser liberi di votare come loro pareva meglio, indipendentemente dalle indicazioni del partito. E bisogna ringraziare Saragat, De Gasperi, Moro, Einaudi e gli altri membri dell’Assemblea Costituente per aver scritto questo articolo. Se ci fosse stato il vincolo di mandato, infatti, il Parlamento non avrebbe avuto senso d’esistere (e considerando che l’Italia è una Repubblica parlamentare, sarebbe stato alquanto bizzarro). Con il vincolo di mandato, sarebbe stato più semplice e sbrigativo far votare solo i capigruppo di ogni gruppo parlamentare (come propose Silvio Berlusconi nel marzo del 2009) visto che i parlamentari non avrebbero la possibilità di dire la loro. Il Parlamento, così come è stato concepito, dovrebbe essere esattamente l’opposto, cioè un luogo in cui si fanno proposte non rivolte in partenza a determinati schieramenti, ma a tutti i singoli parlamentari che sono d’accordo con quanto si propone. Purtroppo, però, gli attuali politici non possiedono neanche un quarto della saggezza della classe dirigente del secondo dopoguerra. Tant’è che c’è stato chi addirittura ha minacciato di cacciare dal partito chi ha osato votare, per una volta, in maniera indipendente. E Pippo Civati lo sa bene, visto che quando Boccia disse «ci sono delle regole che vanno rispettate ed è chiaro che chi non dovesse votare la fiducia al Governo sarebbe fuori dal partito» si rivolgeva proprio a lui.

BISOGNA METTERCI LA FACCIA - Si dirà, senza la disciplina di partito si agevolano manovre come quelle dei 101 che affossarono Prodi nella sua corsa al Quirinale. Ma non è così. Quella vicenda fu scandalosa non perché 101-120 grandi elettori del Pd disobbedirono agli ordini provenienti dall’alto. La cosa grave, fu che nessuno ebbe il coraggio di ammettere di non aver votato Prodi. Ormai è passato quasi un anno, e ancora non è uscito fuori neanche un nome. Quando una parte del Pd boicottò la candidatura di Marini non ci fu nessuno scandalo perché chi non lo votò lo dichiarò pubblicamente (compreso Civati), senza nascondersi dietro il voto segreto. Qualcuno dovrebbe spiegare a Civati e a tutti gli altri parlamentari a cui capita di non essere d’accordo con il proprio partito (compresi magari alcuni dei 5 stelle), che la cosa importante non è ubbidire come cani fedeli, ma dire pubblicamente, mettendoci la faccia e senza avere paura, perché si è deciso di votare in un certo modo. Gli elettori lo apprezzerebbero moltissimo. Ammesso che agli attuali politici degli elettori ancora gli importi qualcosa.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: informazione.tv; nanopress.it; lettera43.it

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4 Risponde a Pippo Civati: il simbolo del sistema che non funziona

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    giuliano laccetti 04/02/2014 a 20:03

    .. i grillini che “tremano” al solo pensiero di “dissentire” in un’assemblea, -altro che votare in modo discorde o “disubbidire” agli ordini di grillo e casaleggio-, sono anch’essi, come tutti gli altri, membri del Parlamento che rappresentano la Nazione ed esercitano le proprie funzioni senza vincolo di mandato? o invece c’è una speciale deroga per costoro?
    si parla di civati che ci mette la faccia, ma i 100 e passa “cani fedeli” (parole del pezzo, non mie) grillini non sono poi così importanti da meritarsi le reprimenda dell’articolista. su questo sono d’accordo.

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    Davide 04/02/2014 a 23:08

    E invece diciamo grazie alla prassi parlamentare dei 5 Stelle che ci ha regalato momenti indimenticabili come neanche la Lega del celodurismo più becero. Infinitamente. Bravo.

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    silbi 04/02/2014 a 23:56

    Il comportamento di Civati mi pare totalmente logico, invece.
    Ha partecipato alle primarie che hanno scelto il Segretario del suo partito. Come in ogni competizione, chi perde è tenuto a riconoscere la vittoria altrui: questo implica, come parlamentare, di sostenere col proprio voto la linea di chi ha vinto, anche se (ovviamente) non coincide con la propria. E’ la regola base della democrazia: entro un partito, come in un Paese, chi ha la maggioranza dei voti decide per tutti… altrimenti, che senso avrebbero i partiti, se ogni parlamentare votasse sempre “di testa sua”, senza tenere conto di ciò che fanno gli altri? La libertà di mandato esiste, ma va esercitata in casi “gravi”, quando il dissenso è davvero profondo. E si spera che, tra un esponente del Pd e il suo segretario, le divisioni politiche non arrivino mai ad un tale punto

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    enver 05/02/2014 a 15:01

    guarda che sono i grillini, che se votano contro il gruppo sono espulsi da “Beppe e Gianroberto” previo processo a porte chiuse, con gogna mediatica.

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