Piazza Fontana, quarant’anni dopo anche la verità tra le vittime

Sulle cronache dei giornali ingialliti dell’epoca, nei racconti dei testimoni, dei sopravvissuti e persino degli imputati si parla di un pomeriggio nero, uggioso, cupo; ma dopo la strage di Piazza Fontana il Paese intero visse mille è più giorni scuri e di fumo

di Vincenzo La Camera

Il 12 dicembre 1969 iniziava un periodo di terrore, rosso per il sangue versato e nero per i lutti prodotti. «Le urla dei feriti, i corpi squarciati, sangue dappertutto»: l’allora vice commissario di Milano, Achille Serra (poi prefetto di Roma) venne mandato dai suoi superiori alla Banca dell’Agricoltura subito dopo l’esplosione delle 16,37. Con la quasi certezza che si fosse trattato di una caldaia difettosa. Iniziò così il pomeriggio di quarant’anni fa, il pomeriggio della bomba a Piazza Fontana a due passi dal Duomo e dall’Università, nel cuore di Milano, che causò la morte di 17 persone e il ferimento di 88. La città meneghina era già illuminata di Natale, luminarie poi spente in segno di lutto. Contemporaneamente scoppiarono altre tre bombe a Roma.

Gli anni più bui della storia italiana del dopoguerra erano appena iniziati. Nei giorni immediatamente dopo la strage vennero fermate più di 80 persone, tra cui il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, subito inquadrato da molti come un corresponsabile della strage. Pinelli cadde da una finestra della Questura di Milano la sera del terzo giorno di interrogatori. «Morte accidentale causata da malore», la risposta giudiziaria all’accaduto. Ma in molti ancora oggi serpeggiano dubbi. All’epoca dei fatti venne accusato il commissario Luigi Calabresi, poi assassinato nel 1972 da un commando di Lotta Continua, tra cui militava Adriano Sofri.

Anche se dalle prime voci libere la strage di Piazza Fontana venne attribuita ai “comunisti”, ben presto le indagini si spostarono dalla parte opposta. Verso la destra eversiva.

Non prima però di aver vagliato anche la pista anarchica che portò all’arresto di Pietro Valpreda (poi del tutto discolpato), riconosciuto da un tassista come l’uomo con la valigetta che si aggirava nei pressi della Banca. Ma gli intrecci con la politica, i servizi segreti e altri poteri forti hanno portato in tutti questi anni ad «un’inchiesta che si è aggrovigliata su se stessa, lasciando un vuoto enorme che sarebbe ora di colmare», spiega  l’attuale vicepresidente della Commissione Difesa e allora testimone della disperazione di quelle ore, Achille Serra.

Dieci anni dopo quel pomeriggio di lacrime e fumo del ’69, vennero condannati in primo grado all’ergastolo i fascisti Franco Freda e Giovanni Ventura, e Guido Giannettini (ex giornalista poi agente del Sid). Ma quando il processo arrivò in Cassazione le condanne si dissolsero. Pare che oggi Ventura gestisca un ristorante in Argentina e Freda, invece, risieda in Italia. «Anche se non potranno essere più giudicati, i responsabili della strage di piazza Fontana sono loro», ne è convinto Federico Silicato, legale di parte civile dei familiari delle vittime. Tanti dei quali ormai morti, altri rassegnati per una verità e soprattutto per una giustizia ancora sepolte sotto i calcinacci insanguinati della Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana.

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Una risposta a Piazza Fontana, quarant’anni dopo anche la verità tra le vittime

  1. avatar
    Laura 14/12/2009 a 18:36

    Storia buia del nostro Paese, è vero. Ma da non dimenticare. Bell’articolo.

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