Pesca: troppe pratiche scorrette. Guida all’acquisto e al consumo corretto dei pesci

pesca

Troppo spesso si fa ricorso alla pesca illegale

Poco meno di un mese fa, il 14 aprile, è scattato in Italia il Fish Dependence Day. È il giorno in cui, immaginando di consumare per primo il pescato nazionale, siamo rimasti senza pesce da mangiare. Ma la realtà ci dice che invece continuiamo a gustare sogliole impanate e frittura mista di pesce tutto l’anno, e se ciò accade è perché aumentano le importazioni di prodotti ittici dall’estero. «Il pesce extracomunitario – si legge nel rapporto Ocean 2012 – sostiene circa il 70% dei nostri consumi».

Il motivo di questa limitata autosufficienza alimentare si ritrova in una sigla di tre lettere: INN, che sta per pesca Illegale, Non dichiarata e Non regolamentata. È una stortura che sta svuotando i mari della loro ricchezza, non ha confini, e nel mondo intero riesce a realizzare un giro di affari stimato in circa 10 miliardi di euro. La pesca INN si verifica quando la cattura avviene con mezzi non autorizzati, al di fuori degli orari e giorni permessi oppure in zone vietate. Agiscono illegalmente anche quei pescatori che superano le quote loro consentite, o che catturano specie per le quali non posseggono la dovuta licenza, sfavorendo in questo modo i pescatori che lavorano onestamente.

Anche la cronaca di questi giorni ci dà conto di operazioni illegali: a Termoli sono stati sequestrati 25 chilogrammi di ricci di mare raccolti in barba al divieto, mentre il WWF ha denunciato un’attività di pesca irregolare delle vongole davanti alla costa di Montesilvano (Pescara).

La FAO sostiene che oltre l’80% degli stock di pesce per cui sono disponibili dati sono sfruttati al massimo o sovrasfruttati. E quanto più la disponibilità di prodotto diminuisce, tanto più aggressivi diventano i metodi di pesca, che annoverano, tra i più devastanti, la pesca cosiddetta “a strascico”. Fa uso di reti molto grandi, che hanno una “bocca” ampia quasi come un campo da rugby, e raschiano il fondo marino tirandosi dietro tutto quello che trovano, oltre che pesci di ogni tipo anche i delicati coralli.

La risposta a questo quadro grigio non è certo smettere di mangiare pesce, ma ciascuno di noi può fare la sua parte nel contribuire a tutelare il patrimonio marino facendo scelte responsabili, sia che ci troviamo a fare la spesa al supermercato, sia che scegliamo una sera di mangiare al ristorante.

Un tipico primo piatto a base di pesce

In proposito sono disponibili diverse “guide all’acquisto”, che fanno leva proprio sulla capacità che i consumatori hanno, attraverso le loro scelte, di condizionare il mercato dell’alimentazione. Un esempio è la guida prodotta dal WWF, che suddivide i tipi di pesce sulla base del loro “stato di salute”.  Via libera agli acquisti viene data ad esempio alle acciughe, al rombo e ai totani, che possono contare ancora su stock considerevoli e vengono catturati in modo sostenibile. Una particolare attenzione va posta invece a orate, salmoni e sogliole, le cui riserve sono pericolosamente al di sotto della soglia di ripopolamento. Bollino rosso invece viene attribuito, tra gli altri, a platessa, pesce spada e tonno, per i quali non solo la disponibilità in natura è limitata, ma il prelievo ha costi energetici ed ambientali molto elevati.

Dello stesso avvertimento è anche la guida Mangiamoli giusti, di Slowfood, con schede di dettaglio sui singoli pesci. Un altro suggerimento è offerto dal tour del Buon Pescato Italiano, che sta girando in questi mesi per l’Italia, un’iniziativa promossa dal Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali in collaborazione con il Fondo Europeo per la Pesca. Partito in febbraio da Belluno, e con ultima tappa nelle piazze di Bari i primi di giugno, il tour intende valorizzare e promuovere quelle specie ittiche nazionali, alcune tipiche di certi luoghi, che risultano neglette, un po’ trascurate dal mercato alimentare, per quanto gustose, dotate di ottime qualità nutrizionali e con un buon rapporto qualità-prezzo. I nomi non ci sono famigliari: c’è l’Aguglia, il Fasolaro, il Lanzardo, la Palamita. Sono dette anche specie “eccedentarie”, tanto ricchi ne sono i mari italiani.

Il punto di forza del Tour è che tra i destinatari del messaggio, non ci sono solo i consumatori, ma anche gli operatori del dettaglio tradizionale, attivi nei mercati e nelle pescherie del posto, perché comincino a promuovere sui loro banchi anche queste specie minori e locali, diversificando l’offerta per i clienti.

Consumare le specie eccedentarie aiuterebbe quelle più bistrattate e in difficoltà a ripopolarsi, dando un po’ di respiro alla fauna marina e anche, perché no, alla cultura locale, che troverebbe maggiore spazio più adeguato per farsi conoscere e assaporare nei suoi prodotti più tipici.

Valeria Nervegna

Foto: vivi13.it; wwf.ch

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews