Roma – Le Nazioni Unite hanno deciso, mesi fa, di avallare l’intervento armato in Libia, mentre il mondo stava cercando di abituarsi ai venti rivoluzionari che giungevano dal bacino del Mediterraneo, da popoli decisi a cambiare la politica e l’economia dei proprio Paesi, regioni in cui spesso la religione islamica – come è accaduto e accade anche con altre religioni spinte al fondamentalismo in altre parti del mondo – è ancora usata per giustificare un totalitarismo che mira a soggiogare politicamente ed economicamente generazioni di cittadini.
Algeria, Egitto, Tunisia, Bahrain, Libia e, infine, Siria sono stati protagonisti di scontri e rivoluzioni, ma la situazione siriana sembra essere ben diversa rispetto a quelle che si sono create negli altri Paesi citati e anche l’epilogo della rivoluzione siriana potrebbe non portare ai cambiamenti che altrove sono giunti.
La reazione alle proteste antigovernative in Siria è stata subito violenta e repressiva: già a marzo a Deera l’esercito aveva sparato sulla folla disarmata che si riuniva in cortei o assisteva a comizi. Ma la repressione non ha arginato le proteste che si sono diffuse rapidamente in tutto il Paese e, a questo punto, il presidente Bashar al Assad – convinto che le proteste fossero causate da un tentativo straniero e fondamentalista di destabilizzare lo Stato – ha reagito inviando carri armati e truppe.
Intanto però le manifestazioni – nonostante la violenza e le numerose vittime – sono andate avanti, contagiando anche Homs, Douma, Al-Jisr Shughour, Latakia e spingendo Assad da un lato, a corroborare la repressione, dall’altro, a cercare di dare al popolo qualche soddisfazione.
Così il presidente ha annunciato nuove elezioni parlamentari per la fine dell’anno, la riforma dei partiti, l’amnistia per i prigionieri politici e la cessazione dello stato di emergenza, ma di fatto le promesse non sono mai state mantenute, mentre il Paese sprofonda nell’incertezza e nell’emergenza umanitaria.
Il presidente Assad, che dal 2000 – anno in cui è salito al potere – promuove uno Stato laico per cercare di unificare la popolazione siriana – su 21 milioni di abitanti la Siria conta il 74% di sunniti, 13% di drusi (soprattutto nel meridione) e alawiti (la corrente sciita a cui appartiene lo stesso Assad), e una minoranza piuttosto corposa di cristiani, intorno al 10%, soprattutto nel nord e soprattutto ortodossi – non sembra affatto preoccupato neppure dalla situazione economica del Paese che rischia di precipitare e di rendere ancora più incerto il futuro della Siria.
Insensibile alle pressioni della comunità internazionale – l’ultima a dichiararsi contraria alla repressione violenta è stata la Turchia, particolarmente interessata a mantenere in Siria uno Stato laico – Assad è determinato a mantenere il potere e c’è una possibilità concreta che il regime siriano non cada, interrompendo l’ondata di cambiamenti partita con la Primavera Araba.
I fattori in gioco sono tanti, in primo luogo bisogna considerare i Paesi alleati e amici della Siria: Iran, Russia e
Cina, tre Stati poco propensi a sopportare le ingerenze del Patto Atlantico in aree dove hanno interessi diretti e che hanno mantenuto i rapporti con la Siria anche dopo l’inizio delle proteste, continuando a fornire il proprio appoggio ad Assad.
Di non minore importanza sono le condizioni economiche in cui molti membri della Nato si trovano dal 2008 e che hanno portato a una riduzione delle spese militari. A questo consegue la necessità di una scelta circa gli interventi che la Nato può permettersi e, viste le recenti azioni in Libia e il limitato beneficio che la Nato trarrebbe da un’operazione in Siria, sembra più probabile che gli sforzi del Patto vadano a concentrarsi in Somalia, dove l’emergenza umanitaria in corso offrirebbe all’Occidente – soprattutto agli Stati Uniti – la possibilità di operare in una zona economicamente e politicamente strategica, quindi “redditizia” su più fronti.
Ci sono poi due dinamiche ambientali che non vanno tralasciate. La prima è interna, cioè il sistema politico-religioso siriano, dove la caduta del regime laico di Assad porterebbe a degli scontri tra la maggioranza sunnita e la minoranza sciita, oltre che a probabili repressioni ai danni dei gruppi ortodossi del nord del Paese e una recrudescenza del fondamentalismo islamico. Ricordiamo che la Siria è vicina a Paesi come l’Iraq e il Libano, che non sono estranei a sanguinose guerre di religione. La seconda dinamica è regionale, ovvero l’andamento demografico dei Paesi arabi, dove più della metà della popolazione è sotto i trent’anni e dalla nascita non ha conosciuto altro se non la dittatura.
La Nato, quindi, ha non pochi motivi per preferire che Assad, seppure in parte indebolito, resti al potere, oltre al fatto che le risorse minerarie della Siria sono praticamente inesistenti rispetto ai giacimenti di petrolio e gas che la Libia offre.
A far riflettere dovrebbe essere anche la posizione di due grandi Paesi vicini alla Siria. Il primo è la già citata Turchia di Erdogan, che da un po’ di tempo sembra aspirare a divenire il modello islamico regionale, uno Stato secolarista che difende i diritti e le libertà dei popoli arabi e che ha lanciato un ultimatum – non recepito – ad Assad perché cessasse le violenze e ristabilisse la situazione attraverso una serie di riforme politiche. Dall’altro lato c’è l’Iran di Ahmadinejad, sempre più conservatore e vicinissimo al presidente siriano Assad, tanto da garantirgli anche un eventuale supporto bellico.
La stabilità della Siria è quindi emblematica, in un momento di profondi cambiamenti economici e strategici a livello internazione, in cui il mondo islamico è divenuto il centro di ogni interesse e dove sempre meno conta la volontà dei popoli di cambiare davvero le cose.
Francesca Penza
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