People Involvement Festival 2011. I resoconti (video)

 

Il Cielo di Bagdad

«Il nostro territorio è molto in crisi, c’è molto bisogno di aiuto. Quindi anche trovare persone intorno a noi che siano disponibili a viverle con noi queste cose non è facile, perché non è facile farsi carico del dolore di questi ragazzi». Sono le prime parole a noi rivolte da Maria Assunta Baronale, presidente dell’Associazione People Involvement, ovvero il folto, valido, energico ed immortale gruppo organizzatore del People Involvement Festival 2011 di Frigento (Avellino), rassegna che ha visto, per quest’anno, prolungare i suoi sviluppi sul suolo di ben due giornate, ovvero il 9 e 10 agosto scorso. Una manifestazione che, a conferma di quanto già ampiamente compiuto nella folgorante edizione precedente, si pone l’obiettivo (e riesce a pieno nel suo intento) di unificare intere generazioni sotto il segno del deciso “no” alla tossicodipendenza, obiettivo raggiungibile, non a caso, anche e soprattutto con la forza della musica, di un particolare tipo di “coinvolgimento popolare” atto ad innalzare l’esperienza collettiva per tramite di una vera e propria coalizione sonora tramutata in impegno sociale e civile.

Lo sanno bene i piccoli (per modo di dire) e i grandi nomi che anche quest’anno, in numero considerevolmente raddoppiato, hanno accettato di prendere parte e far germogliare questo magnifico progetto. Lo sa bene anche un certo Pierpaolo Capovilla (frontman di One Dimensional Man e Teatro Degli Orrori), presente due volte su due e, stavolta, già da più di ventiquattro ore prima rispetto alla programmata esibizione della sua tellurica band originaria, headliner della seconda serata. Era possibile vederlo attendere il concerto dei capitani del primo turno, i redivivi ed eterni Massimo Volume di Emidio Clementi, rompendone l’attesa aggirandosi al di qua del palco, tra la gente, nel tentativo ben riuscito, come suo solito, di creare proprio quell’amalgama necessario al superamento delle barriere apparentemente infrangibili del’isolamento, del nocivo eccesso di introspezione solitaria per una reale materializzazione del concetto di unificazione umana. Siamo tutti uomini e non divi separati da voi plebei mortali, insomma: questo il sentimento percepito. Certo, un piccolo passo in avanti verso il tentativo di raggiungere traguardi enormi e difficili anche solo da immaginare, ma un passo che, ad ogni modo, sembra un salto.

Artisticamente parlando, invece, questa rinnovata edizione del Festival è risultata essere, se non addirittura migliore, di sicuro una giusta e assolutamente coerente coda della passata edizione con tanto di “to be continued” finale, vista la voglia, la dedizione, la forza e la passione dirompente che pervade gli animi dei ragazzi dell’associazione anche e soprattutto nel voler rendere sempre più grande ed importante la manifestazione negli anni a venire. Si pensa già anche a qualche nome internazionale. Appoggiamo con estremo piacere l’intenzione.

E allora via alle danze, martedì 9 agosto, con Mr.Milk, vero e proprio cantautore (chitarra elettrica e voce) anche se positivamente anomalo nel suo proporre venature introspettive alla Buckley attraverso un coscienzioso mix tra padre Tim e figlio Jeff. Forse non proprio l’ideale per scaldare gli animi al principio di una manifestazione di così imponente portata, ma di certo un valido esempio di come l’Associazione People Involvement, oltre a lavorare instancabilmente sul proprio territorio e non solo, gode anche di una notevolissima capacità di setacciamento della scena italiana più “underground”. A seguire, però, la caratura del personale comincia a far sentire il suo peso. Salgono sul palco i Baby Blue, notevolissima band toscana promotrice di un insolito mix di generi, al suono delle parole del bravo bassista Lorenzo Maffucci: «Venite pure più avanti, qui sotto, uniamoci. Non abbiate paura, non vi faremo male». La loro sembra subito essere una perpetua oscillazione tra incursioni wave stile Wire con sconvolgenti aperture garage in segno Stooges se non proprio noise degne di nomi come Unwound o, addirittura, primi Sonic Youth di Confusion is sex. La doppia voce maschile/femminile (Serena Altavilla/Mirco Maddaleno) ben evoca questo senso di sdoppiamento stilistico, riuscendo a dimostrare come le proprie stesse origini non siano state del tutto rinnegate col trascorrere del tempo (si veda l’avvendo underground toscano dei primi ’80). Il tempo di effettuare un consistente soundcheck in precedenza mancato ed è subito tempo, per Il Cielo di Bagdad, di confermarsi come sorta di mascotte della manifestazione. Anche loro alla seconda partecipazione consecutiva, i casertani Nicola, Enrico e soci confermano, nell’arco di dodici mesi precisi, una sostanziale ed importante maturazione sia stilistica che personale. Qualcuno, in un commento ad un loro bellissimo videoclip sul rispettivo canale Youtube, li ha definiti “pezzotto dei Sigur Ros”. Evidentemente, quel qualcuno non ha considerato che mentre la band islandese ha la dilatazione dei suoni come concetto chiave, i ragazzi campani godono di un approccio molto più diretto alle composizioni e, ultimamente, hanno ben appreso, più che altro, la longeva lezione Mogwai per innestare nel relativo post-rock, in questa loro più recente esperienza, anche prossime venature mediterranee. Il risultato meglio emergerà in un nuovo lavoro discografico in arrivo nei mesi invernali, mentre l’approccio live in sede frigentina risulta essere quanto di più appassionato, amorevole e frutto di piena dedizione per ciò che si ha e si vuole comunicare (a cosa servirebbe, altrimenti, l’intro su voce pasoliniana?), specie in una migliorata riproposizione di alcuni brani provenienti da quello che, forse, è il loro lavoro migliore, il consigliabilissimo Export for malinconique, acquistabile, tra altre produzioni, ad ogni loro concerto in meraviglioso formato superlimitato “hand made”.

 

Massimo Volume

Ma ecco arrivare i Virginiana Miller, ormai storica band livornese di rock indipendente italiano, qui presente per riproporre tutta la maestria e il savoir faire di matrice anche cantautorale soprattutto per tramite della voce di Simone Lenzi, calda e avvolgente ma anche dura e diretta quanto basta per coinvolgere i sempre più affluenti presenti in magnifiche liriche come quelle di La carezza del papa, Lunedì, La risposta o Acque sicure, prima di lasciare il palco agli headliner Massimo Volume, da qualche anno riuniti e, in tutta sincerità, mai privi della personalissima, innovativa e caratteristica capacità di ipnosi complessiva esercitata sugli animi dei presenti. Brani come l’apertura di Atto definitivo, Le nostre ore contate, Fausto, In un mondo dopo il mondo o Lungo i bordi sono delle vere e proprie oscillazioni tra il karma lirico della visionaria penna di Emidio Clementi e l’energia rock-noise sprigionata dalle corde miscelate di Egle Sommacal e Stefano Pilia oltre che dalle possenti ritmiche di Vittoria Burattini, a tratti anche in veste di seconda voce. Un benevolmente impressionato Capovilla a fare da primo spettatore al di là delle transenne e a gomiti su palco.

Notte fonda. Risveglio.

Il secondo round datato 10 agosto non è affatto da meno. Anzi. Con orario posticipato (le 20:30 contro le 18:30 / 19:00 del giorno prima), a salire per primi sul palco sono gli Onirica, giovanissima band di post rock artefatto al sapor di pura poesia non solo sonora, ragazzi attivissimi sui palchi di tutto il territorio nazionale e, anche loro, non molto lontani dalla matrice Mogwai / Sigur Ros. In procinto di presentare il loro prossimo lavoro in uscita, anch’esso, nei mesi invernali, non esitano a proporne diversi brani in anteprima. Poco dopo (un po’ breve la loro esibizione), il testimone passa ai Vegetable G, fautori pugliesi, da circa dieci anni, di un pop elettronico miscelato ad un intelligentissimo cantautorato, artefici di una performance tanto sognante quanto energica e diretta, cavalieri della capacità di sollazzare l’udito degli ascoltatori con strutture e liriche sognanti e scelte di scaletta orientate prevalentemente verso la lingua italiana, espediente artistico adottato solo da pochi mesi a questa parte. Al turno di Iosonouncane, successivamente, il fattore sorpresa e spiazzamento la fa positivamente da padrone: “one man band” capitolina di firma Jacopo Incani, ciò a cui ci si trova di fronte è un estroverso innovatore del formato canzone per mezzo di chitarra acustica effettata e sampler elettronici analogico/digitali, talvolta usati come base sonora unica per testi taglienti e voce altrettanto pungente se non proprio positivamente fastidiosa. Una bella scoperta da poter seguire negli anni a venire nel mare delle saturazioni mainstream.

Ma quando arriva la tanto attesa volta dei due headliner finali, non ce n’è per nessuno. I Tre allegri ragazzi morti di Davide Toffolo e soci, seppur reduci da un album con marcate sfumature reggae e nuove direzioni intraprese verso orizzonti di sperimentazione (Primitivi del futuro), con tanto di gemello remixato (Primitivi del dub), non ci pensano due volte a sparare, senza perdere troppo tempo, il punk rock viscerale che tanto li ha resi validi e che tanto ha permesso loro di essere apprezzati in territorio tricolore. E allora, su le maschere e giù subito con Hollywood come Roma, Fortunello, Come mi vuoi e Mai come voi. Non mancano, ovviamente, brani dall’ultimo lavoro in studio, ma il finale riserva l’energia di Mio fratellino ha scoperto il rock and roll, Francesca ha gli anni che ha e Occhi bassi. Divertimento, rock e potenza sono le parole d’ordine.

 

Pierpaolo Capovilla (One Dimensional Man) in versione spettatore

Ma “potenza” è anche il pilastro portante dei signori Capovilla, Favero e Bottigliero, headliner assoluti in veste di One dimensional man, da poco di nuovo nei negozi con l’ultimo controverso A better man dal quale non esitano ad estrapolare, nel puro segno di un noise iniziale per questa loro penultima tappa del lungo e faticoso tour estivo, un brano di apertura live come la malata This hungry beast, per poi proseguire sulla scia tellurica di vere e proprie bestie soniche come The wine that I drink, 1000 doses of loveI can’t find anyone. Il trittico This man in me / No north / You kill me scatena un pogo selvaggio che la sicurezza, per la prima volta in due giorni seriamente impegnata, fa fatica (ma riesce) a contenere. I due veneti più la new entry campana dietro le pelli (sempre più simile al miglior Dave Grohl sia fisicamente che, soprattutto, per via di performance “a trattore”) non risparmiano niente e nessuno quando affilano gli strumenti per scaraventare sulla folla pezzi di storia underground italiana come Saint Roy, My ship e Best friend, per poi congedarsi sulle note di una This strange disease che tanto sa di un sincero arrivederci.

Attualmente Favero e Capovilla sono rientrati in studio per le sessioni di registrazione di un nuovo album del Teatro Degli Orrori, lavoro che dovrebbe vedere la luce nel gennaio 2012. Che sia la volta di un nuovo ritorno in sede frigentina? Lo speriamo. Come speriamo (e siamo praticamente certi) nel proseguimento indiscusso e indisturbato, anzi ancor più incentivato, di una delle migliori manifestazioni musicali attualmente disponibili sia in territorio irpino e campano che, soprattutto, nell’ambito, si direbbe, di quasi tutto il centro-sud italiano. Complimenti a tutti (davvero a tutti) e un caloroso arrivederci a nuove gioiose e vitali sorprese.

(Foto: Giuseppe Flammia, Antonio Sena, Paolo Spagnuolo)

Stefano Gallone

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews