Pena di morte nel mondo: il punto della situazione

Roma – Continua la crociata contro la pena di morte condotta da molti Paesi e da molte associazioni internazionali e come ogni anno si tirano le somme per cercare di comprendere a che punto è la situazione e come è necessario agire per eliminare la pena di morte in tutto il mondo.

Sotto i riflettori, come sempre, gli Stati Uniti: la più grande democrazia del mondo non rinuncia alla pena capitale. Negli scorsi giorni è stato pubblicato il Rapporto di fine anno del Death Penalty Information Center, una valida panoramica sulla realtà statunitense. La notizia positiva è che il 25 aprile il governatore del Connecticut Malloy ha controfirmato la legge che ha abolito la pena di morte nel suo Stato, il quinto in cinque anni – dopo il New Jersey, New York, il New Mexico e l’Illinois – ad aver abolito la pena capitale, ma visto che la legge non ha effetto retroattivo ci sono ancora undici detenuti nel braccio della morte. Nel corso dell’anno che sta volgendo al termine le condanne a morte sono state 78, contro le 104 del 2011, le 119 del 2009 e, addirittura, le 224 del 2000. La maggior parte – precisamente 52 – delle condanne sono state emesse in Florida (21), California (15), Texas (9) e Alabama (7). Le condanne eseguite sono state 43 – lo stesso numero del 2011, contro le 46 del 2010 e le 52 del 2009 – con il Texas in prima posizione dal 1977 con 15 detenuti giustiziati. Sei condanne sono state eseguite in Arizona, Mississippi e Oklahoma, in Florida e Ohio tre, in South Dakota due, in  Delaware e Idaho una. Nell’ultimo anno, quindi, solo in 9 Stati su 50 sono state eseguite pene capitali. In tutti gli Usa ad aprile erano 3170 i detenuti nei bracci della morte, cinquanta in meno rispetto allo scorso anno. Essenziale ricordare i risultati del referendum in California: il 46% della popolazione si è dichiarata favorevole all’abolizione.

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Sul fronte internazionale la battaglia continua: lo scorso 20 dicembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una nuova Risoluzione sulla moratoria sull’uso della pena di morte, la quarta dal 2007, con un numero record di Paesi che ha votato a favore: in 111 hanno votato a favore, 41 contro, 34 astensioni e 7 assenti al momento del voto. Il nuovo membro, il Sud Sudan, ha votato a favore della Risoluzione, come Repubblica Centrafricana, Ciad, Sierra Leone e Tunisia – assenti o astenuti nel 2010 – mentre Indonesia e Papua Nuova Guinea, in passato contrari, questa volta si sono astenuti, così come gli ex favorevoli Maldive, Namibia e Sri Lanka. Passano al no Bahrein, Dominica e Oman, astenuti nel 2010. Assenti al voto gli abolizionisti (de jure o de facto) Kiribati, Mauritius, São Tomé e Principe, Antigua e Barbuda e Ghana, insieme a due Paesi che mantengono la pena di morte, Gambia e Guinea Equatoriale. «Il nuovo voto al Palazzo di Vetro a favore della moratoria registra l’evoluzione positiva in atto nel mondo verso la fine dello Stato -Caino e il superamento del fasullo e arcaico principio dell’occhio per occhio» ha commentato
Sergio D’Elia, Segretario di Nessuno tocchi Caino.

I Paesi mantenitori, secondo i dati aggiornati a settembre di quest’anno, sono 44: Afghanistan, Arabia Saudita, Autorità Nazionale Palestinese, Bahrein, Bangladesh, Bielorussia, Botswana, Ciad, Cina, Corea del Nord, Cuba, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Gambia,Giappone, Giordania, Guinea Equatoriale, India, Indonesia, Iran, Iraq, Kuwait, Libano, Libia, Malesia, Nigeria, Oman, Pakistan, Qatar, Repubblica Democratica del Congo, Saint Kitts e Nevis, Singapore, Siria, Somalia, Stati Uniti, Sudan, Sudan del Sud, Taiwan, Thailandia, Uganda, Vietnam, Yemen e Zimbabwe.

Nel corso degli anni non sono mancate le svolte che hanno portato diversi Paesi a cambiare posizione sulla pena di morte, ma il lavoro delle Nazioni Unite fa ben sperare in merito, anche se restano problematiche soprattutto l’area mediorientale e le regioni africane dove l’influenza del fondamentalismo islamico rappresenta un ostacolo enorme.

 Francesca Penza

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