Pearl Jam: ‘ten’ e lode


Copertina dell'album

Sono passati ben 12 anni dal brillante predecessore Live on two legs (uscì a pochi mesi di distanza dal meno fortunato ma importantissimo Yield) e il carburante di una band come quella dei Pearl Jam sembra non aver mai conosciuto, nemmeno indirettamente, il significato del termine “estinzione”. Se, da una parte, il sound della band rimane più o meno invariato nella sua potenza e costanza di contagio emotivo più che efficace, così come l’approccio al palcoscenico si sostiene imperterrito al concetto di “attacca il jack alle chitarre e suona”, dall’altra sponda sembra invece, a detta di molti (e di pari passo anche con la nostra interpretazione), che il concetto di disco live sia stato modificato nella sua primordiale essenza proprio dai diretti interessati. In tanti sapranno, infatti, che la band di Seattle è, da 11 anni, il pilastro portante della diffusione legale di bootleg autoprodotti (e quindi di qualità ottima, veri e propri dischi live) e della relativa produzione di “instant cd” al momento stesso della performance, scelta logistica continua a far leccare i baffi ai fan di tutto il pianeta, finalmente adibiti all’usufrutto di una registrazione del concerto a cui, magari, hanno assistito (senza dover girovagare nelle acque della pirateria di scarsa qualità), o a potersi fornire di quella miriade di brani “cover” che i Pearl Jam hanno sempre scelto di introdurre in scaletta (tra i più frequenti Baba o’ Riley degli Who, I believe in miracles dei Ramones, Rockin in the free world e Fuckin up del padrino Neil Young, Kick out the jams degli Mc5, tanto per spararne qualcuna). Pertanto, questo nuovo documento live si presenta come una sorta di “best of” dal vivo più diretto a chi le orme della band non le ha seguite in maniera assidua ed instancabile nel periodo che scorre dal 2003 al 2010.

Unica nota di disappunto: forse l’unica cosa che davvero non ci aspettavamo da Eddie Vedder (che comparirà come guest star nel nuovo imminente lavoro dei Rem) e soci risiede nella scelta di stampare un disco (accadde già con la ristampa del devastante esordio Ten, anche se in maniera di gran lunga più corposa ed efficiente) anche nel formato “super deluxe“, comprensivo, si, di entrambe le versioni (cd e doppio vinile) e di inserti prelibati per i palati dei fan più accaniti, ma sfacciatamente costoso. Ad ogni modo, il disco merita, in tutti i suoi punti e in tutte le sue sfaccettature, a partire da una scaletta abbastanza ragionata (nessun pezzo, da degno sequel complementare, compare anche nel predecessore del 1998) per inglobare il tutto nel vero scopo per il quale cinque post-quarantenni scelgono ancora la via del rock immediato: energia, divertimento, comunicazione.

Pearl Jam

Il sipario di Live on ten legs si apre, guardacaso, proprio su una cover: Arms aloft di Joe Strummer (ex leader dei fatidici Clash), brano contenuto nel bellissimo album postumo Streetcore e puro risvolto interpretativo da sincero e sentito tributo ad uno dei versanti di riferimento per l’intera storia di evoluzione personale dei cinque di Seattle. In ambito di cover, scorrendo il disco, sarà anche il caso della Public image della punk band omonima (Public Image Ltd) fondata da Johnny Rotten, ex Sex Pistols. Seguono l’adrenalinica World wide suicide (pezzo polemico di denuncia sociale ipermediatica), suonata a metronomo quasi raddoppiato, i ruggiti grunge di Animal e State of love and trust, per approdare alle recenti espletazioni energetiche della roboante Got some e dell’eclettica The fixer (entrambe tratte dall’ultimo spettacolare lavoro in studio Backspacer). Non mancano, come di consueto nelle performance della band, momenti di taglio più malinconico e cantilenante: è il caso delle confessioni spirituali della bella I am mine, proveniente dal disco-denuncia Riot act, e della metafisica Nothing as it seems, primo singolo estratto da quel puro giro di boa artistico e tecnico che fu Binaural, ad oggi un dei migliori dischi in assoluto sia della band che del rock moderno in senso generale. Desta estremo piacere vedere inclusa nella tracklist anche quella splendida In hiding di firma Stone Gossard (seconda chitarra), brano ingiustamente dimenticato nel mezzo delle sperimentazioni elettriche di Yield, canzone dalla devastante potenza metonimica insita in un testo tanto autoconfessionale quanto invocante aiuto morale, di certo tra i più sentiti e riusciti del Vedder più ispirato. Spiccano all’orecchio soddisfatto, poi, veri e propri gioielli come la dolcissima Just breathe e puri agglomerati di energia viscerale rappresentati dalle storiche Jeremy, Alive (immancabile e storico cavallo di battaglia, inspiegabilmente tralasciato nel precedente live, e sede dei migliori assoli del Mike McCready più empatico), Spin the black circle (dal controverso e funereo testamento cobainiano Vitalogy) e Porch (qui in versione rispolverata “slow-fast”). Chiude le danze, proprio come nelle scalette della maggior parte dei concerti reali, la ballata languida del più edito tra gli inediti della discografia Pearl Jam, ovvero la ninna nanna dondolante di Yellow ledbetter.

Disco consigliatissimo ai meno adepti o ai semplici amanti del rock vero. Da procurare in edizione “super deluxe”, come già accennato, probabilmente solo per i fan devoti. Nei negozi dal 17 gennaio.

Stefano Gallone

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