Pd: da pluralista a zerbino

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C’era una volta il Pd. Un partito che aveva tanti, fin troppi, problemi. Per esempio, candidava gente impresentabile come Massimo D’Alema (prescritto per il reato di finanziamento illecito accertato) e Vladimiro Crisafulli, un signore beccato mentre discuteva di appalti, assunzioni, raccomandazioni e favori vari con l’avvocato Raffaele Bevilacqua, il boss mafioso di Enna. Era un partito che non ha mai fatto una seria e dura opposizione a Berlusconi (dov’erano i 23 deputati assenti in aula il giorno del voto finale sullo scudo fiscale?) e non è mai stato in grado di costruire un’alternativa valida al centrodestra. Insomma, era un partito con mille difetti. Però poteva vantarsi di essere l’unica forza politica che non dipendeva da una singola persona. Forza Italia è sempre stato il partito aziendale di Berlusconi, Sel senza Vendola non sarebbe mai nato, stesso discorso per Monti e Scelta Civica, la Lega era il partito di Bossi e adesso di Salvini, e il Movimento 5 Stelle senza Beppe Grillo non andrebbe da nessuna parte. Il Pd aveva il difetto opposto. Aveva, cioè, troppi leaderini. Ma almeno si poteva dire che al suo interno c’erano idee diverse, che si poteva discutere, che fosse pluralista. Da quando Matteo Renzi è diventato segretario e presidente del Consiglio, però, il Pd è diventato il partito più personalistico di tutti.

GUAI A CHI FIATA - L’unica cosa che può fare il Pd, è sostenere e votare i provvedimenti dell’esecutivo. Dissentire non è permesso. Come ricorderete, Pietro Grasso – che dall’anno scorso ricopre la seconda carica dello Stato, cioè la presidenza del Senato – venne richiamato alla disciplina di partito dalla presidente della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, Debora Serracchiani. Peccato che il vincolo di mandato in Italia non esiste, cosa che è bene ricordare non solo quando Beppe Grillo ne spara una delle sue. A maggior ragione il vincolo di mandato è impensabile per il presidente del Senato, il quale svolge un ruolo delicatissimo in quanto svolge le funzioni del Presidente della Repubblica se egli non può adempierle. Altro episodio a dir poco curioso accadde quando Renzi pretese il ritiro degli emendamenti del Pd sulla legge elettorale. Dei 36 iniziali, ne rimasero solo tre.

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ESISTE SOLO LUI - Il senatore democratico Vannino Chiti ha presentato un ddl costituzionale alternativo alla proposta di riforma del Senato voluta da Renzi. L’ex sindaco di Firenze, però, non ha pensato neanche per un nanosecondo di prenderlo in considerazione. A maggior ragione dopo che il Movimento 5 Stelle ha fatto sapere che sarebbe disposto a votarlo. Sembra quasi che Renzi chieda al M5S, davanti alle telecamere, di dargli una mano sulle riforme, ma quando poi i grillini si rendono effettivamente disponibili, fa finta di niente. Renzi gli accordi e i compromessi li fa solo con Berlusconi e Verdini. Due giorni fa, durante la riunione dei senatori democratici, Renzi ha chiaramente detto che si deve scegliere fra il suo Senato e le sue dimissioni. E il povero Chiti? Non merita neanche una spiegazione sul perché la sua proposta non è degna di essere discussa?

PRIMARIE ROTTAMATE? - Un pregio del Pd pre-renziano era l’utilizzo dello strumento delle primarie. A parte quelle del 2012 che avevano delle regole studiate ad hoc per far vincere Bersani, gli elettori e simpatizzanti del Pd hanno potuto scegliere il proprio segretario nazionale, locale e anche i candidati alle elezioni politiche del 2013. Da quando è cominciata l’era Renzi, però, questa bella abitudine sta pian piano venendo meno. Per esempio, perché gli elettori del Pd non sono stati sentiti sulla candidatura di Sergio Chiamparino alla presidenza della Regione Piemonte? Magari non a tutti entusiasmava l’idea di candidare il presidente della fondazione bancaria “Compagnia di San Paolo”, già sindaco e consigliere comunale di Torino, deputato, segretario provinciale del Pds, segretario regionale della Cgil. Oppure, perché non si sono fatte le parlamentarie per scegliere i candidati al Parlamento europeo? Non si capisce, infatti, cosa abbiano fatto di male gli elettori della circoscrizione sud per beccarsi Pina Picierno – quella secondo cui con 80 euro si fa la spesa per due settimane – capolista. Chissà, magari gli iscritti avrebbero avuto qualcosina da ridire a proposito di Renato Soru, imputato per evasione fiscale e indagato per falso in bilancio o aggiotaggio. o Anna Petrone, indagata per peculato. O Nicola Caputo, indagato per truffa e peculato. O Giosi Ferrandino, imputato per falso ideologico e abuso. Insomma, cari amici che vi sentite vicini al Pd, se ci siete ancora, battete un colpo. A meno che non vi stia bene diventare il fan club di Renzi e magari cantare “Meno male che Matteo c’è”. In quel caso continuate così.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: bergamosera.com; ildispari.it; blogosfere.it

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