Parlare da soli è un toccasana per la mente

Dal Canada un nuovo studio: le persone reagiscono molto più impulsivamente quando non possono usare la loro vocina interiore

di Chantal Cresta

talk-selfONTARIO – Dimmi se parli da solo e ti dirò chi sei. Si potrebbe riassumere così il recente studio dei neuroscienziati, docenti dell’University of Toronto (Canada), Alexa M. Tullet e Michael Inzlicht, specializzati in psicologia comportamentale nel contesto sociale e delle sue relazioni con l’attività biologica. La ricerca The voice of self-control: Blocking the inner voice increases impulsive responding, pubblicata sulla rivista on-line, Act Psychologica, parte da un risultato fondante: chi dialoga con se stesso, è maggiormente capace di gestire i propri impulsi e mantenere l’auto-controllo.

Lo studio è partito dal tentativo di spiegare il perché dell’esistenza del talk-self o “discorso sub-vocale”, comportamento molto diffuso e spesso considerato sintomo di disturbi dissociativi: alienazione dalla realtà o schizofrenia. Lungi dall’essere un fattore negativo, parlare a se stessi trova la sua ragione psico-neurologica nell’elaborazione cognitivo-affettiva di un individuo. Tale programmazione neurale si offre attraverso il conflitto costante di 2 forze antagoniste.

Il “sistema hot – ovvero l’esternazione della natura più primitiva e soggetta alla dinamica delle “tentazioni”, intese come soddisfazione di desideri impulsivi elementari o sfogo di emozioni violente. Esse, se mal gestite, possono trasformarsi in fattori potenzialmente nocivi per il soggetto e per la sua riuscita nel contesto sociale, sfociando anche nella sociopatia o in comportamenti distruttivi-autodistruttivi.

Il “sistema cool – si contrappone alla prima forza e consiste nella capacità di razionalizzazione, in grado anche di innescare il meccanismo del self-control.

The inner voice - Secondo quanto spiega il prof. Inzlicht nel suo saggio, l’auto-controllo è una risorsa indispensabile per la sopravvivenza dell’individuo, soprattutto in rapporto al gruppo. Tuttavia essa ha una potenza limitata ed entra facilmente in deficit in tutte le situazioni di stress: lavoro, rapporti affettivo-emozionali (rabbia, paura, ecc.) o desideri irrefrenabili (fumare se si cerca di smettere, mangiare smoderatamente durante una dieta), ecc. Dunque, è possibile che il self-control venga a mancare producendo un fallimento nella condotta comportamentale del soggetto stressato. Di fronte a quest’eventualità – dicono gli studiosi – la psiche corre ai ripari attraverso la voce interiore che nient’altro è se non un tentativo di ristabile l’equilibrio vacillante grazie ad un’altra predisposizione primaria dell’uomo: il linguaggio. Infatti, se parlare a se stessi non si può definire un discorso compiuto è, comunque, una compiuta manifestazione verbale che esercita una reazione di “raffreddamento” degli impulsi, ridimensionandoli in modo inconscio e rendendo più semplice gestirli con misura.

A dimostrazione della teoria, Inzlicht e Tullet hanno sottoposto alcune persone ad una serie di test arrivando talk-selfa concludere, appunto, che quando si nega ad un soggetto la possibilità di entrare in contatto con la propria voce interiore, lo si rende più esposto a reazioni impulsive e improvvise, nonché ad una minore capacità di concentrazione e attenzione: “Mandiamo continuamente dei messaggi a noi stessi – scrive la co-autrice A. Tullet – con l’intento di autoesaminarci, fare il punto su ciò che facciamo e ragionarci sopra. […] Talvolta questi messaggi esistono solo a livello di pensieri, restando silenziosi, altre volte vengono esplicitati, in una sorta di conversazione ad alta voce con noi stessi. Il nostro esperimento dimostra che questo dialogo interiore è comunque utile e molto diffuso, anche se non sempre la gente si rende conto di farlo.”

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