Parlamento e quote rosa: donne che usano le donne per le poltrone

quote rosa

Italicum alla sbarra: le quote rosa in discussione in Parlamento potrebbero essere incostituzionali (Style.it)

Roma – Azzurro e rosa sono connotazioni cromatiche che vanno bene al nido d’infanzia non al Parlamento della Repubblica. Qui sono altre le quote che andrebbero valutate e l’estetica del colore c’entra poco: si chiamano meritocrazie e si pesano con il lavoro svolto, i voti ottenuti, le battaglie vinte, le promesse elettorali mantenute.

PARLAMENTO E QUOTE ROSA A CHI? – La battaglia delle deputate intorno al numero obbligato di posti da cedere alle donne in Aula pare stia già approdando al binario morto dell’incostituzionalità. Dice il presidente-relatore dell’Italicum, Francesco Paolo Sisto (Fi), che gli emendamenti alla legge elettorale in discussione atti ad equiparare i generi nelle sedi parlamentari urgono di un serio approfondimento da parte della Commissione Affari Costituzionali della Camera poiché lederebbero gli articoli della Carta 3, 49, 51 nonché la sentenza della Corte Costituzionale n.422/1995. In sintesi: poiché la Costituzione già equipara i generi di fronte alla Legge, un legge che pareggi i generi in percentuali annullerebbe di fatto l’equiparazione, restituendo valore a quel che la Carta cercò di abbattere: la discriminazione sessuale.

Allora sarà il caso di spazzare via un po’ di chiacchiere fumose intorno alla dialettica che scuote parte delle signore tra Camera e Senato sul tema delle quote rosa.

Le signore vogliono la certezza della poltrona e della riconferma istituzionale. Nulla di male e niente di nuovo. Ai signori parlamentari capita lo stesso e uno dei problemi è questo: la nomina.

PARLAMENTO E QUOTA ROSA BLOCCATE – Il Porcellum era legge a liste bloccate, chi entrava non necessariamente approdava per i propri meriti ma per favori. Per le donne la faccenda era anche più ambigua perché scelte da uomini laddove la bella presenza poteva pesare più della competenza e dell’esperienza. Si sa. E’ roba nota. Si sa pure che Silvio Berlusconi fece del trend un must. Anche che Matteo Renzi ne sta seguendo le orme e i casi sono tanti a destra come a sinistra. Se ne potrebbe parlare per ore, ma rimane il punto: la logica della selezione non è mutata.

L’Italicum prevede le liste bloccate, le nomine. Le parlamentari che si scaldano per la parità di genere che dicono? Concordano? Credono che le preferenze potrebbero aprire ad un mercato di scelta più ampio in cui poco importa il sesso purché l’individuo sappia qualcosa di politiche a sostegno della famiglia? Che incentivi l’inserimento della donna nel lavoro? O il suo reinserimento post maternità? Non lo credono? E se non lo credono, sono davvero convinte che le lotte culturali per l’avanzamento del Paese si fanno garantendo alle loro onorevoli natiche le cadreghe?

Ecco, sarebbe il caso di liberarsi dell’ipocrisia del politicamente corretto prima di affrontare il tema che vorrebbe far passare il messaggio secondo cui le quote rose in Parlamento sono quote rosa nella società. Non vero. Di più, è disonesto. Lo sappiano le varie Nunzia De Girolamo, Rosy Bindi, Renata Polverini, Laura Boldrini e compagne che spasimano per emendamenti sessisti in odore di incostituzionalità.

SENTENZE IN ROSA – Senza contare che prima di emendare slogan colorati sarebbe opportuno leggersi almeno quel che la Corte Costituzionale scrisse nel 1995. Disse la Consulta: «Del resto, mentre la convenzione sui diritti politici delle donne, adottata a New York il 31 marzo 1953, e la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione, adottata anch’essa a New York il 18 dicembre 1979, prevedono per le donne il diritto di votare e di essere elette in condizioni di parità con gli uomini, il Parlamento europeo, con la risoluzione n. 169 del 1988, ha invitato i partiti politici a stabilire quote di riserva per le candidature femminili; è significativo che l’appello sia stato indirizzato ai partiti politici e non ai governi e ai parlamenti nazionali, riconoscendo così, in questo campo, l’impraticabilità della via di soluzioni legislative». Questo perché: «Spetta invece al legislatore individuare interventi di altro tipo, certamente possibili sotto il profilo dello sviluppo della persona umana, per favorire l’effettivo riequilibrio fra i sessi nel conseguimento delle cariche pubbliche elettive, dal momento che molte misure, come si è detto, possono essere in grado di agire sulle differenze di condizioni culturali, economiche e sociali».

Tradotto: non si decide della parità di genere con leggi ad hoc perché la parità è una evoluzione sociale-economica-emotiva-logico-razionale che ogni singola nazione, nella specialità della propria identità, deve raggiungere. Un cammino lungo e complesso, la cui prima meta è toccata quando si annienta la diversità biologica come discrimine culturale.

Per farla ancora più semplice: ci sarà parità uomo-donna quando non ci sarà più bisogno di parlare di quote rosa.

Chantal Cresta

Foto || style.it

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