Parkour: sport estremo o moda fatale?

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Un giovane ragazzo impegnato nel parkour

Corse, salti ed acrobazie nella giungla della città. Si tratta del parkour, una disciplina metropolitana nata in Francia agli inizi degli anni Ottanta, e che ha tratto ispirazione da un percorso di guerra utilizzato nell’addestramento militare. Il nome deriva appunto da parcours du combattant - percorso del combattente – e proprio su questo che si è basato David Belle, il fondatore di questo sport.

L’obiettivo è spostarsi da un punto all’altro nel modo più veloce, sicuro ed efficiente possibile. Gli ostacoli da superare sono quelli proposti dall’ambiente metropolitano: tetti, cornicioni, pareti, scalinate, non c’è nulla che riesca a fermare l’atleta. E l’avversario da battere è se stesso.

Il parkour approda in Italia nel 2005, scegliendo il web come canale privilegiato per la propria diffusione. Ben presto nascono associazioni che mirano a promuovere lo sviluppo di questo sport sul territorio nazionale ed i traceurs - coloro che praticano il parkour – crescono esponenzialmente. Non senza rischi.

Una moda che per molti si sta rivelando fatale. L’ultimo triste caso di cronaca riguarda un sedicenne di Fermo. La sera del 24 agosto il ragazzo è precipitato dalla balconata più alta di palazzo Gigliucci, edificio storico in ristrutturazione, proprio mentre faceva parkour. Sarebbero ceduti due mattoni, mentre camminava sul cornicione, e ora è in prognosi riservata dopo aver subito due delicati interventi chirurgici. Aveva visto quelle acrobazie in tv, così come molti altri suoi coetanei rimasti vittime di simili incidenti.

Come ogni altro sport ad alto rischio, il parkour non si può improvvisare e richiede una dura preparazione, oltre che un’alta soglia di consapevolezza dei propri limiti. Tuttavia il rischio di emulazione incosciente, in particolare tra i più giovani, è sempre dietro l’angolo, soprattutto se si tratta di uno sport di tendenza e largamente diffuso sul web.

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Salti e acrobazie caratterizzano questa disciplina "estrema"

I professionisti di questa disciplina metropolitana si difendono dagli attacchi sostenendo che bisogna praticare il parkour in maniera intelligente, con alla base un costante allenamento fisico e mentale. Un buon traceur è sempre consapevole di ciò che lo aspetta ed è in grado di valutare le possibilità di riuscita di un salto o di un determinato percorso, attraverso un’analisi cosciente dei propri limiti. Daniele Manca, 27 anni, professionista traceur residente a Bologna e presidente dell’associazione Eden Parkour, in un’intervista rilasciata su «Quotidiano.net» ha difeso le prerogative di questa disciplina, invitando all’allenamento fisico e mentale, unica strada possibile nella direzione della consapevolezza. «Il parkour prima di tutto si fa con la testa. È finalizzato all’autoconservazione, non alla distruzione – ha dichiarato Manca -. Ecco, noi andiamo anche nelle scuole a spiegare che il parkour è nato per l’autoconservazione. È un gioco che va praticato con la testa, che sviluppa la capacità di vedere un percorso alternativo a quello che viene mostrato e che insegna, con l’allenamento, a superare qualsiasi tipo di ostacolo, anche mentale».

Lo scopo è quindi chiaro. Bisogna dunque scindere la moda e l’emulazione incosciente dal professionismo ed il buon senso. Un traceur professionista, ad esempio, non avrebbe mai intrapreso un percorso di notte, come il sedicenne di Fermo caduto dal cornicione alle 22,30. Ciò ovviamente non sminuisce il pericolo di tale sport, che altrimenti non rientrerebbe nella categoria “estremi”, ma denota che spesso dietro gli incidenti si cela l’ignoranza e la voglia di improvvisarsi supereroi senza esserlo. Il parkour non è un’esibizione di bravura, ma una rischiosa sfida con sé stessi.

 Cristina Casini

@cristina_casini

Foto: danzadance.com; kaleidoscopia.it; ilovetelepass.it

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